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Discussione: Cronaca della Arcidiocesi Metropolitana di Modena-Nonantola - Anno 2022

  1. #11
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    Nuova nomina per il nostro Arcivescovo Erio



    IL VESCOVO CASTELLUCCI MEMBRO DEL GRUPPO DI COORDINAMENTO NAZIONALE DEL SINODO

    Ai lavori del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, svoltosi a Roma dal 24 al 26 gennaio, il Vescovo Erio Castellucci è stato nominato membro del Gruppo di coordinamento nazionale del Cammino sinodale

    Ai lavori del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, svoltosi a Roma dal 24 al 26 gennaio, si è provveduto alla nomina dei membri del Gruppo di coordinamento nazionale del Cammino sinodale. Fra questi monsignor Erio Castellucci, arcivescovo abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, vicepresidente Cei e referente per l’Italia del Sinodo dei Vescovi.

    Del Gruppo fanno parte, fra gli altri, anche monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara; monsignor Paolo Martinelli, vescovo ausiliare di Milano; monsignor Valentino Bulgarelli, sottosegretario Cei, direttore dell’Ufficio Catechistico nazionale e responsabile del Servizio Nazionale per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose, e segretario del Cammino; Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, e responsabile della comunicazione.
    _______________
    FONTE: sito diocesano CARPI
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  2. #12
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    “Ritroveremo la primavera – I giovani protagonisti del rinnovamento”

    “RITROVEREMO LA PRIMAVERA – I GIOVANI PROTAGONISTI DEL RINNOVAMENTO” LETTERA ALLA CITTÀ 2022

    Un magnifico testo del nostro caro Arcivescovo Erio



    «Ci siamo persi la primavera», ha scritto nei giorni scorsi una ragazza diciassettenne, riflettendo sul lockdown di due anni fa. Poi ha proseguito, con una nota di amarezza: «ed è ancora inverno». Ancora nel tunnel della pandemia, stiamo per perderci la terza primavera. Ma una cosa è perdere delle primavere dopo averne vissute decine, come nel mio caso e in quello di altri adulti e anziani, un’altra è perderle nella giovinezza. Cos’è l’adolescenza senza le corse libere, le feste a casa degli amici, le attività di gruppo, lo sport, gli abbracci? Quali segni lascerà nell’animo dei giovani un tempo così lungo di limitazioni, incontri sospesi, relazioni monche? Un altro diciassettenne ha scritto: «non ci sono più volti, solo mascherine: ci vediamo a metà». Il senso di incompletezza pervade ormai la nostra vita: tutto appare dimezzato e ristretto, comprese le stagioni. Ritroveremo la primavera?
    Il “fenomeno giovanile”

    San Geminiano, particolare di miniatura dal codice Sancti Augustini sermones in Ioannem. Archivio storico diocesano di Modena-Nonantola, Biblioteca capitolare (O.III.14, c. 2r.).
    I giovani, gli stessi dai quali si leva il grido silenzioso che denuncia la grave crisi in atto, ci aiuteranno a ritrovare la primavera. Non sono un sognatore e cerco guardare anche al di fuori del (presunto) recinto dorato dei ragazzi delle parrocchie, piccola minoranza rispetto all’universo giovanile. Come tutti, cerco di informarmi e so quanti problemi, specialmente in questo tempo, affliggono gli adolescenti, affiorando in episodi di bullismo, violenza, autolesionismo, disimpegno. Le statistiche collocano oltre due milioni di giovani italiani nella situazione NEET (= Not in Education, Employment or Training), al di fuori cioè degli ambienti educativi e lavorativi, senza nemmeno la ricerca di un’istruzione o una professione. Ad essi vanno affiancati, nel nostro Paese, decine di migliaia di Hikikomori, una parola giapponese ormai entrata nel gergo diffuso, che indica lo “stare in disparte”: giovani che si chiudono in casa tagliando ogni rapporto con il mondo esterno, spesso anche con i loro familiari. La dispersione scolastica, che già prima della pandemia riguardava più di centomila alunni ogni anno, nonostante l’intensa attività delle istituzioni si è accentuata con la pandemia. E si potrebbe proseguire con la lista dei malesseri.
    Ma non è necessario ricorrere alla sociologia per farsi un’idea della condizione giovanile; basta aprire un giornale qualsiasi, in un giorno qualsiasi di un mese e un anno qualsiasi. Per evitare di pescare nelle consuete cronache del tempo di pandemia, dove tutti i disagi – compreso quello dei ragazzi – risultano amplificati, ho sfogliato un vecchio quotidiano di cinque anni fa, alla data del 15 febbraio. Riporto semplicemente i titoli, tutti documentabili: Ragazzi suicidi, è allarme; Generazione friabile; Basta genitori amici dei figli; Giovane diciassettenne vittima del male oscuro; Sul social il video hot della sedicenne; Due ventenni accusati di violenza sessuale di gruppo; Adolescenti depressi; Lottiamo tutti contro il bullismo; Botte fuori dal liceo. E tutto questo, confermo, nello stesso giorno. È il famoso “disagio giovanile”, che diventa perfino dramma. Sembra la conferma della convinzione diffusa che “i giovani d’oggi” sono sbandati, poveri di valori, incapaci di impegno e di sacrificio, candidati a militare nelle baby-gang.
    “I giovani d’oggi”: tanto studiati, rimproverati, imputati, segnati a dito. Leggiamo cosa scrive di loro un grande intellettuale, dal linguaggio raffinato e leggermente fuori moda:
    Ora i giovani sentono il bisogno di distinguersi, e non trovando altra strada aperta come una volta, consumano le forze della loro giovanezza, e studiano tutte le arti, e gettano la salute del corpo, e si abbreviano la vita, non tanto per l’amore del piacere, quanto per essere notati e invidiati e vantarsi di vittorie vergognose, che tuttavia il mondo ora applaude, non restando a un giovane altra maniera, di far valere il suo corpo, e procacciarsene lode, che questa.
    Certo, sono così “i giovani d’oggi” … ma non stiamo parlando né dei Millennials né della Generazione Zeta; forse la parola “giovanezza” e il verbo “procacciarsi” fanno la spia: qui si tratta dei “giovani d’oggi” di due secoli fa; il brano è tratto dallo Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi, alla data del 21 giugno 1820. Il poeta di Recanati del resto deplora più volte la condizione e la vita dei giovani del suo tempo, da lui ritenuti peggiori a confronto delle generazioni passate.
    Un altro famoso autore ragiona sulla differenza tra i ragazzi del passato e quelli del presente: nelle scuole di oggi, dice, non c’è più interesse per gli studi, mentre la gioventù si accalca nei festini e gli adolescenti si pettinano tutti allo stesso modo… che sia un giornalista appostato fuori da un Liceo? No, è un passo tratto dall’epistolario di Seneca (Lettere morali a Lucilio, 95), un testo che ha poco meno di duemila anni. Non mancano certo scritti ancora più antichi contro il degrado dei “giovani d’oggi”; è probabile che questa tendenza sia radicata addirittura nella preistoria. Evidentemente il biasimo nei confronti dei giovani ha radici antiche ed è legato alla tendenza degli adulti a leggere il presente in termini di decadenza, per far risplendere la superiorità del passato, cioè del presente di quando loro erano giovani. Sant’Agostino, in un discorso tenuto più di sedici secoli fa, affermava non senza ironia:
    troverai degli uomini che si lamentano dei loro tempi, convinti che solo i tempi passati siano stati belli. Ma si può essere sicuri che se costoro potessero riportarsi all’epoca degli antenati, non mancherebbero di lamentarsi ugualmente. Se, infatti, tu trovi buoni quei tempi che furono, è appunto perché quei tempi non sono più i tuoi (Disc. Caillau-Saint-Yves 2).
    Prudenza, dunque, nel dare giudizi sui giovani d’oggi, nel gridare allo sfacelo morale, culturale, affettivo e sociale, nell’addossare agli adolescenti le etichette di teppisti, violenti e sfaccendati. Negli anni sono diventato allergico al costante abbinamento del sostantivo disagio all’aggettivo giovanile. Quando il mondo degli adulti rileva comportamenti inaccettabili nei giovani, è tenuto moralmente a premettere un esame di coscienza. Che mondo stiamo lasciando ai ragazzi di oggi? Quali valori abbiamo custodito per loro, quali ideali testimoniamo? Quale modello di vita adulta stiamo incarnando? Loro sono incerti e confusi, è vero: ma gli orizzonti futuri che si aprono, quegli orizzonti che noi adulti stiamo disegnando, che promesse contengono? Quando gli adulti sono affetti dal mito del giovanilismo, comportandosi da adolescenti, come si può sperare che i giovani desiderino e progettino una vita adulta? Non intendo ora cadere nella tentazione di una requisitoria sugli “adulti d’oggi”, che oltretutto mi si ritorcerebbe contro per ragioni anagrafiche; però mi sembra onesto porre alcune questioni scomode per noi più attempati. Le presento senza alcuna pretesa di completezza, così come mi vengono dal cuore.
    Abbiamo mille ragioni per contrastare fermamente e reprimere il bullismo, la violenza e il vandalismo giovanile. A patto però di affrontare la domanda su chi abbia creato le condizioni problematiche in cui vivono i giovani. Non abbiamo forse costruito, negli ultimi decenni, una convivenza civile ispirata ad una libertà senza relativa responsabilità, ad un consumismo sfacciato, ad una “legge del più forte” che ha trasferito la logica di mercato dentro le relazioni sociali, affettive, sessuali e familiari? Spero di non risultare moralista se, dando voce a molti educatori, esprimo preoccupazione per il bombardamento incontrollato della pornografia, in tutte le sue varianti social, sugli adolescenti e i giovani; un mercato, gonfiatosi nella pandemia, che vuole creare dipendenza, favorendo un approccio utilitaristico al corpo proprio e altrui, fino a considerarlo strumento da sfruttare solo a proprio vantaggio. Ci scandalizziamo poi per gli atti di teppismo adolescenziale, ma non sempre risaliamo alle radici di una cultura adulta che sparge dovunque immagini violente e sbandiera l’aggressività come metodo normalenei dibattiti e nei confronti a tutti i livelli: familiare, sociale, politico e perfino ecclesiale… non a caso papa Francesco ha messo in moto in tutte le comunità cristiane uno “stile sinodale”, per educare i cattolici stessi ad ascoltarsi a vicenda – cosa tutt’altro che scontata, come si vede dalle profonde divisioni nella Chiesa – per seminare uno stile di ascolto reciproco in tutti gli ambienti. Siamo meravigliati per la confusione dei ragazzi, lo smarrimento degli adolescenti, la mancanza di prospettive dei giovani: ma basterebbe ricostruire a grandi linee le recenti crisi esplose nei campi dell’economia e dell’ecologia, per renderci conto di quanto le ultime generazioni di adulti abbiano contribuito nel creare situazioni di disagio, ragionando più sui vantaggi immediati che sulle conseguenze future delle loro scelte.
    Potendo ricordare personalmente quali erano quarant’anni fa le prospettive di un ventenne, mi sembra che già da tempo l’orizzonte del futuro si sia notevolmente abbassato. Sono istruttive le statistiche dei giovani che ogni anno, da un po’ di tempo ad oggi – non fa testo il periodo della pandemia – si recano all’estero per specializzarsi, trovare lavoro e normalmente poi rimanervi: decine e decine di migliaia. Ancora negli anni Ottanta, noi ventenni dell’epoca potevamo sognare il futuro “con i piedi per terra”, orientandoci ad una scelta lavorativa e vocazionale che appariva realistica e raggiungibile; ma da alcuni decenni i giovani faticano a pianificare, per mancanza di reali e concrete prospettive: i progetti di vita familiare e professionale, pur coltivati, sono inevitabilmente precari. Si naviga a vista.
    La pandemia sta svolgendo, anche in questo caso, una funzione acceleratrice, intensificando il clima di incertezza in tutti e specialmente nei giovani; nei loro discorsi abbondano i “forse”, i “non so”, i “chissà”, i “per ora”. E quando gli adulti se la sbrigano con un giudizio su di loro come nichilisti, depressi, liquidi, viziati, immaturi, superficiali o sdraiati – senza negare l’esistenza di tendenze di questo tipo, comunque non solo tra i giovani – dovrebbero ricordarsi che siamo stati noi adulti a consegnare a loro questa condizione precaria.
    Sguardo nuovo sui giovani
    È necessario uno sguardo nuovo degli adulti sui giovani: occhi che scrutano il bene prima di segnalare il male; occhi che guardano al futuro più che fissarsi sul passato. Scrisse San Giovanni Bosco, uno dei più grandi educatori della storia: «l’educazione è cosa di cuore» (Lettera del 29 gennaio 1883). Dal cuore, non dalle analisi, prende avvio uno sguardo nuovo sui giovani. E non si tratta di un discorso romantico, ma estremamente pratico: infatti proprio dal cuore, da questo sguardo nuovo, il santo torinese aveva tratto l’ispirazione per stipulare il primo contratto di apprendistato tra il datore di lavoro e un giovane, facendo egli stesso da garante:
    Il Sig. Bertolino Giuseppe Mastro Minusiere esercente la professione in Torino, riceve nella qualità di apprendista nell’arte di falegname il giovane Giuseppe Odasso, natio di Mondovì, del vivente Vincenzo natìo di Garessío e in questa capitale domiciliato, e si obbliga di insegnargli l’arte suddetta, per lo spazio d’anni due che si dichiarano aver avuto principio col primo del corrente anno… (Contratto di apprendizzaggio, 8 febbraio 1852).
    Seguono tutte le regole della convenzione: durata, stipendio, diritti e doveri del lavoratore e del datore. Lo sguardo di don Bosco – la cui memoria noi modenesi trascuriamo un po’ perché cade nel giorno stesso della solennità di San Geminiano – è lo stesso sguardo che ha ispirato don Mario Rocchi, seguito da tanti preti e laici, nell’avviare e guidare la Città dei Ragazzi, dentro la quale generazioni di modenesi si sono incontrati e formati, e che anche oggi è luogo di crescita, educazione e inclusione, punto di riferimento per bambini, adolescenti, giovani e famiglie. Su questo stesso sguardo insiste ora papa Francesco. Rivolgendosi agli universitari, in una visita a Bologna, richiamò due miti greci, quello di Ulisse e quello di Orfeo, per indicare il metodo di comunicazione tra giovani e con i giovani. Entrambi i personaggi riuscirono a vincere il richiamo fatale delle sirene, ma in due modalità molto diverse:
    Ulisse, per non cedere al canto delle sirene, che ammaliavano i marinai e li facevano sfracellare contro gli scogli, si legò all’albero della nave e turò gli orecchi dei compagni di viaggio. Invece Orfeo, per contrastare il canto delle sirene, fece qualcos’altro: intonò una melodia più bella, che incantò le sirene (Discorso del primo ottobre 2017).
    La cera, con la quale Ulisse tappa le orecchie dei compagni, è un simbolo di difesa, è un no. La cetra, con la quale Orfeo esegue un canto più attraente di quello delle sirene, è un simbolo di proposta, è un sì. E le corde con le quali Ulisse si lega all’albero maestro sono dei no, mentre le corde della cetra di Orfeo sono dei sì. Entrambe le corde sono necessarie, perché l’educazione necessita dei sì e dei no. Ma dobbiamo confessare che noi adulti siamo attrezzati ad usare più la cera che la cetra, più le corde per legare che le corde per suonare; mentre gli indispensabili no devono custodire un grande e unico sì: alla vita, alla bellezza, al futuro.
    La sfida educativa si affronta non tanto biasimando nei giovani le sirene dell’istinto, dell’egoismo, della “vita facile”, quanto proponendo loro una “vita bella”, armoniosa, progettuale; e non tanto con le parole, ma soprattutto con la testimonianza della vita. I giovani sono disposti ad ascoltare gli adulti, anche i più anziani, se li vedono realizzati come adulti; se si sentono da loro amati, accompagnati, compresi; se avvertono da parte loro uno sguardo di fiducia. La trasmissione intergenerazionale di tradizioni e valori, oggi così ardua, passa attraverso questo sguardo fiducioso sui giovani.
    In ascolto dei giovani
    «Mi sento felice nel restituire qualcosa dei tanti doni ricevuti». Questa frase, lanciata durante un incontro organizzato dalla Caritas diocesana di Modena nella primavera del 2020, venne ripetuta in modi diversi da tutti i giovani presenti. Era un gruppo di maggiorenni, provenienti da varie parrocchie e realtà diocesane, che si erano impegnati durante le settimane del lockdown per portare gli alimenti alle persone bisognose tappate in casa. Semplice la logica di quei ragazzi, che richiama l’invito di Gesù ai discepoli: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Matteo 10,8). Non so se fossero tutti credenti, ma so che questa logica del gratuito è profondamente umana, prima ancora che cristiana, e che coinvolge molti giovani; ben più di quelli che si possono immaginare. Cinquanta ventenni che tutte le mattine lavorano gratis alcune ore per aiutare il prossimo non fanno notizia; un ventenne che si ubriaca nei giardini pubblici finisce in prima pagina e detta i titoli sul “disagio giovanile”. È giusto, d’accordo, dare rilievo al malessere, per mantenere alto il livello dello sdegno; ma sarebbe ancora più giusto dare rilievo al bene nascosto, rendere “sensazionale” la quotidiana semina di gratuità e prossimità che molti giovani compiono. Di generosità ne abbiamo vista molta in questi due anni così difficili: e non ci siamo stancati di apprezzare chi si è speso per alleviare le sofferenze sanitarie, economiche, sociali, educative delle persone colpite dal covid-19. Non possiamo dimenticare che spesso sono proprio stati i giovani ad intervenire nelle situazioni più faticose, a partire dalle loro stesse famiglie; che sono soprattutto i giovani a rendere possibili le comunicazioni, in questo biennio di esplosione del digitale; e che, tra gli oltre cinque milioni di volontari nel nostro paese, si contano molti giovani, spesso anche tra quelli che impropriamente vengono definiti “disabili” e che sono, invece, portatori di ricchezze enormi, di creatività e di un affetto profondo. È un mare di bene nascosto, che non reclama pubblicità e nemmeno cerca ricompense; perché il bene si ricompensa da se stesso: «mi sento felice nel restituire qualcosa».
    Dobbiamo imparare tutti, comunità civile ed ecclesiale, ad ascoltare le domande di autenticità dei giovani, più sensibili di noi adulti su vari fronti: dalla cura del creato alla lotta ai privilegi, dal rispetto per le persone svantaggiate ad una ricerca spirituale meno convenzionale e più convinta. Se vogliamo che i messaggi più alti possano bussare al loro cuore, non possiamo impacchettarli nei nostri laboratori adulti, presumendo di sapere noi cosa pensano e di cosa hanno bisogno. Molte volte l’universo giovanile è oggetto di analisi, studi e proposte, mentre sono poche le occasioni nelle quali i giovani possono, come soggetti, presentare agli adulti le loro idee, i loro sogni e progetti. Il 2022 si apre con un’opportunità ulteriore, essendo stato proclamato dalle istituzioni del nostro continente Anno Europeo dei Giovani.
    Spesso ci domandiamo “come parlare ai giovani”; ma la prima e più importante domanda è: “come ascoltare i giovani”. Anche se avessimo l’impressione di sentire cose sgradevoli, provocatorie e ingiuste, dovremmo partire dal loro vissuto, accettare che essi stessi si confrontino con la vita, stare al loro fianco e non dettare regole dall’alto. Saranno loro stessi ad indicare le strade per trovare, insieme a noi adulti, delle piste e delle risposte plausibili per la loro vita. Non saranno sempre i sentieri che noi avevamo pensato “per loro”, ma saranno i “loro” sentieri. Più volte ho sperimentato, nel ministero pastorale, che i ragazzi accettano il confronto, anche vivace, con quegli adulti dai quali si sentono amati e accompagnati, e non classificati e giudicati. E non è vero che sono impermeabili alle proposte esigenti: semplicemente le devono vedere prima incarnate negli adulti, per poterle considerare e tradurre alla loro misura di giovani.
    Concludo richiamando una scena che si trova nella favola contemporanea di Michael Ende intitolata Momo, pubblicata nel 1973, trasformata in film nel 1986 e in lungometraggio a cartoni animati nel 2001. In una città senza nome giunge Momo, una bambina, anche se pare avesse 108 anni… forse l’autore vuole così simboleggiare il dialogo intergenerazionale. Momo è dotata di poteri straordinari: stimola la fantasia, rimette pace tra i contendenti, trova la soluzione dei problemi. Il suo segreto è uno solo: è capace di ascoltare. Un giorno un giovanotto portò a Momo il suo canarino in gabbia, che non voleva più cantare. Per risolvere il problema, Momo si siede davanti alla gabbia una settimana intera, in silenzio, e alla fine il canarino ricomincia a cantare allegramente. Morale della favola: non aveva più cantato, perché non aveva trovato nessuno che avesse la pazienza di ascoltarlo.
    San Geminiano, che secondo la cronologia tradizionale diventò vescovo di Modena ancora giovane, aiuti gli adulti a mettersi più decisamente in ascolto dei giovani. Propongo, pandemia permettendo, che nelle ultime settimane di primavera troviamo una mezza giornata da dedicare all’ascolto dei ragazzi: un ascolto da parte della città, insieme alla diocesi e tutte le istituzioni e gli enti locali che stanno operando intensamente per ricostruire il tessuto educativo e sociale. Sarebbe una specie di cattedra dei giovani, che potrebbero parlare agli adulti esprimendo liberamente ciò che hanno nel cuore: sogni e sofferenze, desideri e consigli. Potremo ascoltare alcune loro esperienze di studenti e lavoratori, educatori, sportivi e volontari impegnati nei diversi ambiti. Sarebbe un’occasione per sperimentare come, ripartendo dall’ascolto dei giovani, possiamo ritrovare insieme la primavera.

    + Erio Castellucci

    Modena, 31 gennaio 2022, Solennità di San Geminiano Vescovo

    (Fonte: sito dell'Arcidiocesi)
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  3. #13
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    S. Geminiano 2022

    IL SALUTO INTRODUTTIVO DELL’ARCIVESCOVO ERIO



    «PER IL SECONDO ANNO CONSECUTIVO FESTEGGIAMO IL NOSTRO PATRONO, SAN GEMINIANO, CON LE RESTRIZIONI IMPOSTE DALLA PANDEMIA. RINGRAZIO PRIMA DI TUTTO I FEDELI PRESENTI A QUESTA CELEBRAZIONE, FORZATAMENTE RIDOTTI A MOTIVO DELLE MISURE DI CONTENIMENTO DEL CONTAGIO».

    Così l’Arcivescovo Erio Castellucci si è rivolto ai fedeli prima di impartire sulla città di Modena e sull’Arcidiocesi di Modena-Nonantola la benedizione con la reliquia del braccio del santo patrono, Geminiano. La benedizione ha preceduto la solenne concelebrazione pontificale, presieduta dall’Arcivescovo Giacomo Morandi, Vescovo eletto di Reggio Emilia-Guastalla, a cui monsignor Castellucci si è rivolto con un sentito ringraziamento, ricordandone le origini: «Don Giacomo, nato a pochi passi da qui, cresciuto nella nostra arcidiocesi, divenuto poi arciprete di questa Cattedrale e vicario generale, negli ultimi sei anni era stato “prestato” alla Chiesa universale, svolgendo a Roma il delicatissimo compito di segretario della Congregazione per la dottrina della fede. Ora torna tra di noi, nella chiesa sorella di Reggio Emilia, la seconda diocesi della regione per numero di fedeli, dove lo attende un ministero intenso e dove metterà a disposizione le sue grandi competenze e la sua ricca umanità. Avremo modo di collaborare fraternamente; lo accompagniamo con l’amicizia e con la preghiera».
    La Messa, concelebrata da altri vescovi e dal Capitolo metropolitano, ha visto la partecipazione delle autorità civili e militari in misura contingentata (erano infatti assenti le delegazioni delle città di Pontremoli e di San Giominiano) per il rispetto delle misure anti-Covid ed è stata trasmessa in diretta televisiva su Trc e TvQui, per permettere a tutti di seguirla. In Duomo è stato effettuato anche il servizio di traduzione simultanea nella lingua dei segni italiana (Lis), curato dalle «Figlie della Provvidenza per le sordomute» di don Severino Fabriani. A causa dell’emergenza sanitaria, la tradizione dei doni offerti dal Comune si è rinnovata senza il corteo: i due ceri votivi e l’olio – utilizzato per la lampada accesa perennemente nella cripta che ospita il sepolcro di San Geminiano – sono stati consegnati durante la Messa. Tanti modenesi si sono poi recati a venerare le reliquie del santo nella cripta del Duomo, aperta al termine del solenne pontificale, anche in questo caso nel rispetto delle indicazioni fornite dagli addetti sulla base delle disposizioni anti-contagio.

    FONTE: sito dell’Archidiocesi
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  4. #14
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    S. Geminiano 2022

    OMELIA DI S. E. MONS. GIACOMO MORANDI, DURANTE LA SOLENNE CONCELEBRAZIONE PONTIFICALE DI SAN GEMINIANO



    Il testo evangelico che abbiamo ascoltato (Mt, 9,35-10,1) segna un momento di passaggio nel ministero pubblico di Gesù.
    I capitoli otto e nove ci mostrano Gesù impegnato ad incontrare infermi, ammalati, indemoniati, persone che hanno bisogno della sua parola di guarigione. Sono ben dieci i racconti di miracoli, un’autentica cascata di guarigioni che si riversano sull’intero popolo di Dio. Al termine di questa intensa attività, l’evangelista nota che Gesù continuava a percorrere le città e i villaggi, annunciando il Vangelo e curando ogni malattia e infermità.
    Nonostante questo apostolato così pervasivo, senza sosta, Gesù vede le folle e ne sente compassione perché erano come pecore senza pastore, stanche e sfinite. Sembra quasi che l’evangelista Matteo pur mostrando un’azione travolgente di Gesù che sconfigge il male in qualunque forma si presenti, ci dica che non è sufficiente a provvedere alla moltitudine che lo segue e lo cerca.
    La compassione di Gesù, è un sentimento profondo che “sconvolge le viscere” e diventa azione, determinazione di coinvolgere i dodici nel medesimo sguardo affinché il loro ministero sia un’efficace estensione del suo potere di guarigione e di salvezza.
    La compassione nel vedere la condizione di abbandono e desolazione del popolo è il punto di partenza della Sua azione e possiamo dire che dovrebbe essere la via maestra e regale di ogni discepolo di Gesù.
    Si può dire che la compassione è accorgersi che gli altri esistono, è dimenticarsi finalmente di se stessi, dei propri progetti, problemi, difficoltà, speranze per assumere uno sguardo che si fa carico della condizione dei fratelli e sorelle che vivono accanto a noi. Non è mai stato facile aprire il proprio sguardo sugli altri e forse oggi più che mai si avverte la fatica di guardarci con compassione tanto siamo reclinati su noi stessi, preoccupati per il nostro bene o interesse. La celebre e drammatica espressione di un filosofo esistenzialista sembra aver fatto scuola e avere trovato numerosi discepoli: l’inferno sono gli altri!
    Nella sezione precedente dei miracoli, l’evangelista commenta l’azione guaritrice di Gesù con una citazione del profeta Isaia: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie” (Mt 8,16). La compassione è prendersi cura degli altri, caricarsi delle loro sofferenze, condividere le loro speranze e attese, spendere il proprio tempo a fondo perduto, così come ci è raccontato nella parabola del Buon Samaritano (cfr, Lc 10,29-37).
    La prima conseguenza di questo sguardo è donare la cosa più preziosa che abbiamo: il nostro tempo! Il mio tempo donato- che nessuno mi potrà rifondere- è il dono più grande che posso dare al fratello e alla sorella che incrocia il mio cammino. Siamo infatti gelosi del nostro tempo per conseguire i nostri legittimi obiettivi professionali, di riposo o di svago, e quante volte consideriamo gli altri come intrusi che ci fanno perdere tempo, soprattutto se abbiamo la fondata certezza che non potremmo ottenere da loro qualcosa di vantaggioso per noi in cambio. Dare tempo per ascoltare spesso vicende intrise di dolore e sofferenze, necessità impellenti che richiedono non solo dispendio di tempo ma anche di risorse. Abbiamo poco tempo e non possiamo sprecarlo e consideriamo questo fermarci in ascolto dell’altro come un’inutile perdita di tempo, magari mostrando al nostro interlocutore l’orologio, sperando che comprenda che il suo tempo è scaduto!
    Erano forse questi i pensieri di Gemiliano quando acclamato Vescovo di Modena, si diede alla fuga? Forse no, ma probabilmente il futuro santo evangelizzatore di Modena, aveva intuito che una volta accettata la nomina, la sua vita non gli sarebbe più appartenuta, e che d’ora innanzi non avrebbe più avuto un “suo tempo” e che la gestione del suo tempo doveva tenere conto sempre e comunque delle necessità del popolo che gli era stato affidato. Alla fine in lui prevalse quel sentimento di compassione per un popolo che aveva riconosciuto in Lui il riflesso affascinante e seducente del volto dell’unico Buon Pastore che dona la vita per le sue pecore!
    Credo che oggi più che mai la Chiesa e chi ha responsabilità di guida, anche a livello sociale e politico, debba saper offrire questo spazio di ascolto e accoglienza, esercitare quell’ascesi dell’ascolto che, pur essendo a volte estenuante, è il primo grande frutto della compassione. Uscire dal proprio mondo, dalle proprie necessità e urgenze, dall’essere reclinati su noi stessi, avvalendosi- magari – della propria posizione di forza e di potere, e servirsi delle persone che sono affidate alle nostre cure per un tornaconto personale, è una delle tragedie più frequenti della nostra contemporaneità.
    Gesù coinvolge i dodici in questo sguardo di compassione e conferisce loro un’autorità per il Bene, ma ricordando a loro che il primo compito di un evangelizzatore compassionevole è la preghiera! Geminiamo è stato un uomo di preghiera, prova ne è la sua efficace battaglia contro il principe di questo mondo. La sua attività esorcistica era ben conosciuta ed esercitata anche al di fuori di Modena. Può sembrare che il comando di Gesù induca ad una certa passività, in realtà la preghiera è il luogo di cura e approfondimento di una relazione di fede e di amore che consente di portare agli uomini il dono più prezioso che la Chiesa possiede: Gesù Cristo. La fede, la preghiera, il combattimento contro il nemico della natura umana, intrapreso da Geminiamo scaturivano sempre dal suo cuore compassionevole, ben consapevole che la desolazione più grande che l’uomo può subire e vivere è la perdita della Fede.
    I grandi evangelizzatori sono stati uomini oranti, hanno lasciato viver il Signore nella loro vita, una pienezza sovrabbondante che si è poi riversata come il vino delle nozze di Cana su coloro che vino più non avevano! Tommaso da Celano parlando di San Francesco affermava che Francesco “non tam orans quam oratio fuit (non era uno che pregava ma divenne preghiera).
    Infine la compassione diviene evangelizzazione e annuncio. Il discepolo di Gesù ricorda sempre che il dono ricevuto non può essere sotterrato, nascosto, al contrario come ci dice Paolo nella seconda lettura: annunciare il Vangelo è una necessità che mi si impone. Geminiamo in un contesto paganeggiante, senza grandi strutture organizzative, ha annunciato il Vangelo, si è speso e consumato per dare ai modenesi quella gioia che scaturisce sempre dall’incontro con Cristo. È stato una vera Sentinella come il profeta Ezechiele ammonisce, certo che siamo responsabili dei nostri fratelli e sorelle che per tanti motivi, speriamo non per causa nostra, si sono allontanati dalla comunità cristiana.
    La compassione è servizio a quella Verità, conoscendo la quale – come dice Gesù – sperimenteremo il dono inestimabile della libertà! (Cfr. Gv 8,31-32) secondo il felice aforisma di Sant’Ambrogio: Ubi fides, ibi libertas (Dove è la fede, lì c’è la libertà)
    Essere servi di tutti per guadagnarne il maggior numero! Le nostre comunità devono essere investite da questa passione per l’annuncio del Vangelo, farsi carico delle sofferenze dei fratelli e sorelle per donare a loro quella Parola di vita che consola, risana e salva! Scriveva il letterato e filosofo Miguel de Unamuno: “Ama chi ha il coraggio di dirti la verità, anche se essa ti fa piangere, perché è più misericordioso chi ti salva sull’orlo di un precipizio di chi ti fa un bel funerale dopo che sei morto!”
    Nel Vangelo di Luca Gesù rivolge una domanda ai discepoli che rimane aperta senza risposta, quasi a dirci che ogni generazione di credenti la deve fare propria: “Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra? (Lc, 18,8) che possiamo declinare e attualizzare anche così: troverà la fede a Modena?
    Chiediamo al nostro Santo vescovo Geminiamo di poter spendere la nostra vita, i doni e i talenti che ci sono stati consegnati rendendo ragione a chiunque lo domandi della speranza che è in noi! (Cfr.1Pt 3,15) E la speranza non delude! (Cfr. Rm 5,5)

    + Giacomo Morandi
    Arcivescovo – Vescovo eletto di Reggio Emilia-Guastalla

    (Fonte: sito dell'Arcidiocesi)
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  5. #15
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    Iniziativa interdiocesana nella Giornata del Malato

    XXX GIORNATA DEL MALATO: GLI APPUNTAMENTI DIOCESANI

    Quest’anno ricorre la trentesima Giornata mondiale del Malato, che san Giovanni Paolo II istituì per sensibilizzare il popolo di Dio, le istituzioni sanitarie cattoliche e la società civile all’attenzione verso i malati e verso quanti se ne prendono cura. Come ricorda papa Francesco nel suo messaggio, «molta strada rimane ancora da percorrere per assicurare a tutti i malati, anche nei luoghi e nelle situazioni di maggiore povertà ed emarginazione, le cure sanitarie di cui hanno bisogno; come pure l’accompagnamento pastorale, perché possano vivere il tempo della malattia uniti a Cristo crocifisso e risorto». Il messaggio ci invita ad essere misericordiosi «come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36), a volgere lo sguardo a Dio «ricco di misericordia» (Ef 2,4) e a fare nostra la missione di Gesù, che manda i discepoli ad annunciare il Vangelo e a curare gli infermi (Lc 9,2).

    Quando una persona sperimenta nella propria carne fragilità e sofferenza a causa della malattia, anche il suo cuore si appesantisce, la paura cresce, gli interrogativi si moltiplicano, la domanda di senso per tutto quello che succede si fa più urgente. Come non ricordare gli ammalati che, durante la pandemia, hanno vissuto nella solitudine di un reparto di terapia intensiva l’ultimo tratto della loro esistenza, curati da generosi operatori sanitari, ma lontani dagli affetti più cari e dalle persone più importanti della loro vita terrena? Ecco l’importanza di avere accanto dei testimoni della carità di Dio che, sull’esempio di Gesù, misericordia del Padre, versino sulle ferite dei malati l’olio della consolazione e il vino della speranza. Obiettivo del convegno è riflettere sulle dimensioni della visita al malato nella sua casa: la relazione e l’accompagnamento spirituale, la cura della persona accanto alle terapia della malattia, nella prossimità della casa e non solo negli ospedali. Sono dimensioni necessarie, nell’incontro con i malati cronici, gli anziani e i giovani che hanno sofferto per la pandemia, i fragili fisici e psichici e con povertà che li ancora rendono più fragili, perché «piove sempre sul bagnato». La cura nella prossimità interpella le nostre comunità parrocchiali: innanzitutto i parroci, i ministri straordinari dell’Eucarestia, I ministri della consolazione ma anche, in realtà, tutta la comunità, gli stessi vicini di casa.

    Interpella le istituzioni, i servizi sanitari e sociali. Infine sollecita una collaborazione stretta fra comunità e istituzioni. La pandemia ha acuito tante difficoltà economiche e sociali e di accesso alle cure. Ma soprattutto ha compromesso le relazioni e la dimensione spirituale, che pure sono parte integrante della cura, accanto all’assistenza medica, infermieristica e sociale. Alle nostre comunità è oggi richiesto soprattutto questo contributo: la vicinanza fisica ai propri malati, la presenza, il dono del tempo e dell’ascolto, l’accompagnamento concreto, anche nell’aiuto quotidiano e nella fruizione dei servizi sanitari e sociali. Il percorso sinodale appena iniziato ci stimola ad uno stile di ascolto comunitario e fattivo.

    UN MOMENTO SIGNIFICATIVO PROPOSTO DALLE DIOCESI DI MODENA-NONANTOLA E DI CARPI IN OCCASIONE DELLA 30ª GIORNATA MONDIALE DEL MALATO, NEL «MESE DELLA SALUTE», È LA MESSA INTERDIOCESANA CHE SARÀ PRESIEDUTA DAL VESCOVO ERIO CASTELLUCCI NELLA CHIESA DI QUARTIROLO DI CARPI DOMENICA PROSSIMA, 13 FEBBRAIO, ALLE 15.30. L’INIZIATIVA È PROMOSSA DAGLI UFFICI DIOCESANI di Pastorale della salute di Carpi e di Modena, in collaborazione con l’Unitalsi e l’Avo, e sarà trasmessa sul canale YouTube «Notizie Carpi».

    Gli appuntamenti per la 30ª Giornata mondiale del malato si concluderanno sabato 19 febbraio con il convegno regionale e interdiocesano di Pastorale della salute, in programma dalle 9 alle 12.30 presso il centro multimediale della Città dei Ragazzi (via Tamburini 106, Modena) con diretta streaming sul canale YouTube «Arcidiocesi di Modena-Nonantola». Il convegno offrirà un contributo pastorale e psicologico (Angelo Brusco, padre Camilliano), una testimonianza di impegno della comunità civile, nella dimensione amministrativa (Gian Carlo Muzzarelli, sindaco di Modena) e sanitaria (Chiara Gibertoni, direttrice generale dell’Ausl di Bologna). Seguirà l’ascolto molto prezioso di testimonianze concrete di visita ai malati. I VESCOVI DOUGLAS REGATTIERI E ERIO CASTELLUCCI AIUTERANNO AD INQUADRARE LA COMPLESSITÀ DEI BISOGNI DEI MALATI NELLE LORO CASE E SUGGERIRANNO CAMMINI DI ACCOMPAGNAMENTO COMUNITARIO, RELAZIONE E SPIRITUALITÀ. Don Gabriele Semprebon e padre Augusto Chendi, infine, guideranno i partecipanti nella preghiera.

    FONTE: sito dell'Arcidiocesi
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  6. #16
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    «Lieti nella speranza»

    SABATO LA VEGLIA DI SAN VALENTINO PER FIDANZATI E GIOVANI SPOSI

    SABATO 12 FEBBRAIO, ALLE 21, L’ARCIVESCOVO ERIO CASTELLUCCI PRESIEDERÀ LA VEGLIA DI SAN VALENTINO, INTITOLATA «LIETI NELLA SPERANZA», TRADIZIONALE MOMENTO DI PREGHIERA RIVOLTO AI FIDANZATI, MA ANCHE ALLE GIOVANI COPPIE DI SPOSI, PER VIVERE INSIEME LA FESTA DI SAN VALENTINO, PATRONO DEGLI INNAMORATI.

    L’iniziativa, promossa dall’Ufficio famiglia dell’Arcidiocesi di Modena-Nonantola insieme a quello della diocesi di Carpi, sarà realizzata in conformità alle normative vigenti in materia di contenimento da Covid-19. È raccomandato l’utilizzo della mascherina Ffp2.

    Per informazioni si può contattare l’Ufficio famiglia dell’arcidiocesi di Modena-Nonantola al numero 059/2133845 o visitando il sito famiglia.chiesamodenanonantola.it.
    La Veglia di San Valentino rappresenta per le coppie di fidanzati o di giovani sposi un’occasione per valorizzare il loro cammino, insieme, in Cattedrale.
    _____________________
    Dal sito dell'Arcidiocesi
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  7. #17
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    News diocesane

    INCONTRI PER I MINISTRI DELLE “PERIFERIE”

    IL CENTRO DIACONATO E MINISTERI LAICALI DELL’ARCIDIOCESI DI MODENA-NONANTOLA RIPRENDE GLI INCONTRI DI PREGHIERA E CONDIVISIONE RIVOLTI A TUTTI I MINISTRI PRESSO LE “PERIFERIE” DELLA DIOCESI.

    Si parte domenica 20 febbraio presso il Centro San Francesco a Formigine per la Pedemontana Ovest, poi domenica 27 febbraio presso l’Oratorio di Vignola per la Pedemontana Est e il vicariato di Zocca.

    A marzo altri due appuntamenti: domenica 20 presso la parrocchia di Bomporto per i Vicariati della Bassa e di Campogalliano-Nonantola-Soliera, mentre domenica 27 presso la parrocchia di Pavullo per i Vicariati del Cimone, di Pavullo e di Serramazzoni.

    Infine, domenica 3 aprile l’ultimo incontro si terrà presso la parrocchia di Montefiorino per il Vicariato del Dragone.

    Tutti gli appuntamenti sono dalle ore 15.30 alle ore 17.30.
    ____________________
    Dal sito dell'Arcidiocesi
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  8. #18
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    News interdiocesane

    PASTORALE DELLA SALUTE, CONVEGNO REGIONALE A MODENA

    IL CONVEGNO REGIONALE E INTERDIOCESANO DI PASTORALE DELLA SALUTE DAL TITOLO “LA VISITA AL MALATO NELLA SUA CASA. RELAZIONE E UMANIZZAZIONE DELLE CURE” SI TERRÀ SABATO 19 FEBBRAIO, DALLE 9 ALLE 12.30, A MODENA, PRESSO IL CENTRO MULTIMEDIALE, CITTÀ DEI RAGAZZI, IN VIA TAMBURINI, 106.
    Sarà possibile partecipare in presenza e seguendo la diretta sul Canale Youtube della Diocesi di Modena.

    OBIETTIVO DEL CONVEGNO È RIFLETTERE SULLE DIMENSIONI DELLA VISITA AL MALATO NELLA SUA CASA: LA RELAZIONE E L’ACCOMPAGNAMENTO SPIRITUALE, LA CURA DELLA PERSONA ACCANTO ALLA TERAPIA DELLA MALATTIA, NELLA PROSSIMITÀ DELLA CASA E NON SOLO NEGLI OSPEDALI. LA pandemia ha acuito tante difficoltà economiche e sociali e di accesso alle cure. Ma soprattutto ha compromesso le relazioni e la dimensione spirituale, che pure sono parte integrante della cura, accanto all’assistenza medica, infermieristica e sociale. Alle nostre comunità è oggi richiesto soprattutto questo contributo: la vicinanza fisica ai propri malati, la presenza, il dono del tempo e dell’ascolto, l’accompagnamento concreto, anche nell’aiuto quotidiano e nella fruizione dei servizi sanitari e sociali. Il percorso sinodale appena iniziato ci stimola ad uno stile di ascolto comunitario e fattivo.

    Dunque, visita nelle case, relazione e cura: il Convegno offrirà un contributo pastorale e psicologico (Angelo Brusco, padre Camilliano), una testimonianza di impegno della comunità civile, nella dimensione amministrativa (Giancarlo Muzzarelli, Sindaco di Modena) e sanitaria (Chiara Gibertoni, Direttrice Generale di Azienda Sanitaria Bologna).

    Seguirà l’ascolto molto prezioso di testimonianze concrete di visita ai malati.

    I VESCOVI DOUGLAS REGATTIERI E ERIO CASTELLUCCI AIUTERANNO AD INQUADRARE LA COMPLESSITÀ DEI BISOGNI DEI MALATI NELLE LORO CASE E A SUGGERIRANNO CAMMINI DI ACCOMPAGNAMENTO COMUNITARIO, RELAZIONE E SPIRITUALITÀ.

    Don Gabriele Semprebon e padre Augusto Chendi, infine, guideranno la preghiera.
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  9. #19
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    News diocesane

    COME SIGILLO SUL TUO CUORE», TRE GIORNI PER SCOPRIRE IL VERO SIGNIFICATO DEL CORPO

    DA VENERDÌ 25 A DOMENICA 27 FEBBRAIO, PRESSO LA CITTÀ DEI RAGAZZI, SI SVOLGERÀ PER LA PRIMA VOLTA LA TRE-GIORNI FORMATIVA «COME SIGILLO SUL TUO CUORE», PROMOSSA GRAZIE ALLA COLLABORAZIONE DEL SERVIZIO DI PASTORALE GIOVANILE DELL’ARCIDIOCESI DI MODENA-NONANTOLA CON L’EQUIPE MISTERO GRANDE, FORUM WAHOU.
    La proposta nasce dal desiderio espresso direttamente dai giovani partecipanti all’esperienza estiva vissuta sulle Dolomiti con il vescovo Erio Castellucci – che aveva ispirato i “biglietti pastorali” proposti per l’apertura dell’anno pastorale diocesano – e sarà una sorprendente esperienza alla scoperta del vero significato del corpo e della sessualità umana alla luce dell’antropologia biblica, del magistero ecclesiale e della teologia del corpo di Giovanni Paolo II. Le giornate, che si svolgeranno in forma non residenziale, saranno scandite da momenti di preghiera, catechesi, testimonianze, momenti di riflessione personale e di gruppo.
    Tutti i giovani, i fidanzati, gli sposi e i consacrati dai 20 ai 35 anni interessati a partecipare alla tre-giorni potranno iscriversi entro lunedì 21 febbraio inviando una mail all’indirizzo spg@modena.chiesacattolica.it.
    _________________
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  10. #20
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    News da Modena e da Carpi.

    CENTRI MISSIONARI MODENA E CARPI, “MISSION IS POSSIBLE”

    Torna “Mission is possible”, il cammino di formazione missionaria rivolto ai giovani dai 18 ai 35 anni per aprire lo sguardo sul mondo. L’edizione 2022, che prenderà il via con il primo incontro domenica 27 febbraio, alle ore 16, presso la parrocchia di San Pio X a Modena, è organizzata insieme da Missio Modena e Centro Missionario Diocesano di Carpi.

    Francesco Panigadi e don Antonio Dotti, direttori rispettivamente del Centro Missionario di Modena e di quello di Carpi, durante un recente incontro congiunto dei due uffici, hanno, con fiducia, volto il loro sguardo oltre confine, immaginando possibili viaggi missionari da proporre, per la prossima estate, ai giovani che sentono il desiderio di vivere una esperienza di vita missionaria.

    L’intento è quello di prepararsi a partire, sperando che la situazione sanitaria lo permetta. A tal fine in questi giorni si sta definendo la programmazione di “Mission is possible” strutturandola in quattro incontri, due a Modena e due a Carpi.

    Le due diocesi stanno lavorando sinodalmente per allargare il bacino di utenza e offrire molteplici esperienze ai giovani che vorranno mettersi in gioco. Lo slogan scelto per lanciare “Mission is possible 2022” è: “Pronti, partenza, via… o anche no!”.

    La prima tappa si svolgerà domenica 27 febbraio, alle 16, presso la parrocchia di San Pio X a Modena (Via Vincenzo Bellini 101).

    Per info e iscrizioni: Modena 335 6470863; Carpi 331 2150000
    ___________________
    Fonte: sito diocesi Carpi
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