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Discussione: peccato e stato psichico alterato

  1. #1
    Iscritto L'avatar di Signum
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    peccato e stato psichico alterato

    Volevo porvi una domanda simile a quella dell'utente Restauratore ma relativa, sempre sul rapporto sacramento della riconciliazione-disturbi psichici, ai peccati mortali commesi durante la manifestazione delle sintomatologie delle varie problematiche psichiche. Se una persona con una determinata patologia, durante una crisi d'ira, o durante una stato di agitazione, oppure in situazioni più gravi, commette un peccato grave, una volta riacquisito l'uso della ragione a seguito di un miglioramento dovuto ai farmaci o alla psicoterapia, prende consapevolezza (pur capendo che quelle azioni sono state commesse in uno stato alterato di coscienza) della gravità di quello che ha detto o fatto, questi peccati (es. l'ira, il rancore o l'ingratitudine) vanno comunque confessati al sacerdote in confessionale e sono da considerarsi peccati mortali? Grazie

  2. #2
    Collaboratore di "Dottrina della Fede" L'avatar di SantoSubito
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    Si definisce peccato grave quella mancanza che ha le famose tre caratteristiche che lo contraddistinguono:
    1. Materia grave;
    2. Piena avvertenza;
    3. Deliberato consenso.

    Posto questo, si capisce come un disturbo psichico (definitivo o transitorio, senza dover fare per forza i medici o i casi-studio) non porta spesso con se quella piena avvertenza e/o quel deliberato consenso che contraddistingue il peccato grave. Quello che posso dirti io: fermo restando che confessarsi è sempre meglio, perché la grazia non fa mai male, se questo è un disturbo psichico transitorio (e in questa dinamica inserisco impropriamente anche emozioni forti come ira et similia) anche se decade la piena avvertenza e/o il deliberato consenso, intanto rimane la materia grave, o comunque il peccato rimane.
    Paolo ci direbbe, in Rm 3: "Facciamo il male perché ne venga il bene". Questo vuol dire quindi che il peccato rimane, per quanto ovviamente attenuto e con tutte le circostanze del caso. Il mio consiglio comunque, è sempre di confessarsi: non fa mai male e ci aiuta a comprendere anche le circostanze che magari hanno portato a quel determinato peccato. E se materia grave, comunque almeno di riparare quando e se possibile con un'opera equivalente, o un'opera di misericordia corporale/spirituale.
    Crediamo in un solo Dio, non in un Dio solo!

  3. #3
    Moderatore e Cronista di CR L'avatar di Abbas S:Flaviae
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    Ci sono troppe sfaccettature, molte delle quali anche scientificamente ignote, per poter dare una risposta esatta alla tua domanda; perché, se è vero che ci sono atti che sono totalmente causati da un'alterazione psichica, è anche vero che ve ne sono anche solo parzialmente causati da essa. L'alterazione psichica, infatti, talvolta agisce in maniera tale da modificare lo stato, la volontà della persona, mentre tal altra non fa altro che sublimare o disinibire lo stato e la volontà della persona, per cui, sostanzialmente, fa compiere un'azione che si ha la volontà di compiere anche in stato normale, ma non la si compie per una serie di motivi (ad esempio la paura della punizione, umana o divina che sia).
    In quest'ultimo caso, per fare un esempio di come la situazione sia delicata e ingarbugliata, il peccato è sia voluto che attuato, benché l'attuazione sia avvenuta in un momento di alterazione della volontà.
    Quindi l'esame di coscienza che si deve fare in questi caso, per come la vedo io, deve iniziare dalla condizione normale:
    Quello che ho fatto ho mai avuto la volontà di farlo? e se ho avuto questa volontà per quale motivo non l'ho fatto?
    Da queste due domande nasce anche la risposta alla questione: se esiste una volontà pregressa, in stato normale, e se tale volontà non è messa in atto nello stato normale non perché si ritiene sia sbagliato agire, ma per paura delle conseguenze che l'azione avrebbe, allora il peccato è pienamente presente e va confessato.
    Se, invece, nello stato normale non c'è mai stata quella volontà e l'atto peccaminoso è stato compiuto in un momento di totale alterazione, in cui non c'era la benché minima traccia di "coscienza" (per dirla in linguaggio bambinesco: se il grillo parlante era completamente KO), allora si può affermare che non c'è una reale volontà dell'agente e, di conseguenze, non esiste neanche il peccato, perché è associabile al peccato compiuto da una persona cerebralmente inabile o da un neonato.
    Ma nessuno è in grado di definire con tanta precisione queste cose se non la persona stessa.
    vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.

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