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Discussione: La persecuzione nei Paesi dell'Est e i Martiri dei regimi comunisti

  1. #21
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  2. #22
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  3. #23
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    Papa: “Profonda riconoscenza” per la fedeltà della Chiesa ucraina che ricorda il suo martirio

    Messaggio di Francesco nell’anniversario del pseudo-sinodo di Lviv, col quale Stalin fece “tornare” i cattolici al Patriarcato di Mosca. Gratitudine per coloro che “anche a prezzo di tribolazioni e persino del martirio, nel corso del tempo hanno testimoniato la fede”. “Solidarietà ai Pastori e ai fedeli per quanto fanno in questo tempo difficile, segnato dalle tribolazioni della guerra, per alleviare le sofferenze della popolazione e per cercare le vie della pace per la cara terra ucraina”.

    “Profonda riconoscenza” per la “indefettibile fedeltà” della Chiesa greco-cattolica ucraina al papato sono espressi da papa Francesco nel messaggio che ha inviato a sua beatitudine Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, nella ricorrenza dei “tristi avvenimenti” del marzo 1946.

    Il riferimento è al cosiddetto Sinodo di Lviv (o Leopoli), col quale si decise “il ritorno” dei fedeli, delle chiese e di tutti i beni dei greco-cattolici al Patriarcato ortodosso di Mosca. Un fatto voluto da Stalin, che vedeva nella Chiesa cattolica un nemico del comunismo, concretizzato in un “sinodo” nel quale non c’erano vescovi cattolici – tutti imprigionati già da un anno dalla NKVD, chiamata in seguito KGB – né altri responsabili ecclesiastici, ma solo alcuni sacerdoti. Il “ritorno” fu accompagnato e seguito da una violenta persecuzione, con numerosi sacerdoti e fedeli uccisi.

    “La Chiesa greco-cattolica ucraina – scrive il Papa - in questi giorni commemora i tristi avvenimenti del marzo 1946. Settant’anni or sono, il contesto ideologico e politico, nonché le idee contrarie all’esistenza stessa della vostra Chiesa, portarono all’organizzazione di uno pseudo-sinodo a Lviv, provocando nei Pastori e nei fedeli decenni di sofferenze. Nel ricordo di tali eventi, chiniamo il capo con profonda gratitudine di fronte a coloro che, anche a prezzo di tribolazioni e persino del martirio, nel corso del tempo hanno testimoniato la fede, vissuta con dedizione nella propria Chiesa e in unione indefettibile con il Successore di Pietro. Al contempo, con occhi illuminati dalla stessa fede, guardiamo al Signore Gesù Cristo, riponendo in Lui, e non nella giustizia umana, ogni nostra speranza. È Lui la fonte vera della nostra fiducia per il presente e per il futuro, essendo noi certi di essere chiamati ad annunciare il Vangelo anche in mezzo a qualsiasi sofferenza o difficoltà. ‘E chi vi potrà farvi del male, se sarete ferventi nel bene? Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! (…) Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto…’ (1 Pt 3,13-15)”.

    “Facendo mie le parole dell’Apostolo Pietro – prosegue il documento - esprimo la mia profonda riconoscenza per la vostra fedeltà e vi incoraggio a farvi instancabili testimoni di quella speranza che rende più luminosa l’esistenza nostra e di tutti i fratelli e sorelle intorno a noi. Rinnovo anche la mia solidarietà ai Pastori e ai fedeli per quanto fanno in questo tempo difficile, segnato dalle tribolazioni della guerra, per alleviare le sofferenze della popolazione e per cercare le vie della pace per la cara terra ucraina”.

    “Nel Signore stanno il nostro coraggio e la nostra gioia. È a Lui che mi rivolgo, attraverso l’intercessione della Beata Vergine Maria e dei martiri della vostra Chiesa, perché la consolazione divina illumini i volti delle vostre comunità in Ucraina e in altre parti del mondo. Al contempo, di cuore imparto a Lei, ai Vescovi, ai sacerdoti, ai consacrati e ai fedeli della Chiesa greco-cattolica ucraina una speciale Benedizione Apostolica, quale segno del mio costante affetto e ricordo”.


    fonte

  4. #24
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    Saranno presto beati i 38 martiri albanesi

    STEFANIA CAREDDU
    21 aprile 2016


    Saranno presto beati i 38 martiri albanesi, trucidati sotto il regime comunista. «Il processo è ormai arrivato a conclusione presso la Santa Sede e tra non molto tempo il Santo Padre potrà prendere la sua decisione in merito», ha confermato monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e segretario del Consiglio dei cardinali istituito da papa Francesco, il cosiddetto C9 intervenendo alla presentazione del libro del vaticanista di Avvenire Mimmo Muolo dal titolo Don Ernest Simoni. Dai lavori forzati all’incontro con Francesco.

    La persecuzione anticristiana perpetrata in Albania è «probabilmente la più tragica di quelle avvenute nel secolo passato», ha ricordato Semeraro sottolineando che «i documenti storici dimostrano che per tutti questi martiri la morte fu causata dall’odium fidei». Tra le carte del processo, che il vescovo ha potuto visionare in quanto membro della Congregazione delle cause dei santi, «sono molti i testimoni oculari che restituiscono quello che né il regime né il tempo è riuscito a cancellare, ossia lo strazio dei corpi, facendo emergere al contempo la forza d’animo di questi cristiani di fronte ai loro aguzzini che volevano togliere la speranza, e non solo la fede, nel cuore di quelle persone».

    A breve dunque i due vescovi Vincent Prennushi e Fran Gjini, i sacerdoti diocesani e i religiosi (francescani e gesuiti), un seminarista, tre laici e la ventiduenne Maria Tuci, aspirante stimmatina, saranno proclamati beati.

    La loro è una storia di vessazione e soprusi. Non a caso papa Francesco, in occasione della sua visita nel settembre del 2014, non esitò a definire l’Albania «un popolo di martiri» dopo aver ascoltato due sopravvissuti, suor Maria Kaleta e don Ernest Simoni. L’abbraccio del Pontefice, evidentemente commosso, al sacerdote albanese che per quasi 28 anni è stato sottoposto a torture, carcere, lavori forzati, fece il giro del mondo. (vedi qui sotto)



    E oggi la testimonianza di fede di don Simoni, che ha perdonato i suoi aguzzini ed invoca per loro la misericordia di Dio, risuona ancora forte, in un mondo piagato dalla paura e dalla violenza, dove il martirio continua ad essere cronaca quasi quotidiana. «Questo è un martire dell’Albania », ha esclamato papa Francesco indicando don Simoni all’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia, al termine dell’udienza generale di ieri quando il sacerdote, Muolo e suor Marisa Orizio, responsabile commerciale dell’Editrice Paoline, hanno consegnato al Pontefice il libro. «Io mi ricordo bene quello che lei ha detto nella Cattedrale di Scutari», ha sorriso Bergoglio che si è chinato fino baciare le mani di don Simoni.

    «Viviamo solo di presente, mentre la Chiesa vive il passato e apre al futuro: questa è una lezione di coraggio, ma anche di forza nella debolezza», ha rilevato don Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere, per il quale il libro «restituisce il volto, la forza, l’eloquenza a gente a cui era stata sottratta la libertà, la famiglia, che ha sofferto l’inferno, ma ha preservato la fede». E don Simoni, ha concluso Gnavi, «è un testimone del Vangelo nel mondo che parla un linguaggio comprensibile perché chiunque affronta il male con le armi del bene e rimane fedele alle sue radici aiuta pure gli altri a trovare nuove risorse».


    fonte: Avvenire
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  5. #25
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    Presto beati i 38 martiri albanesi. Una storia di sofferenza e testimonianza
    Saranno proclamati Beati l'arcivescovo di Durazzo, Vincenzo Prennushi, francescano, e 37 compagni, martiri sotto il regima comunista albanese. Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare i relativi Decreti

    Gjergj Meta (parroco della concattedrale “santa Lucia” di Durazzo)

    Mehr Licht! (Più luce!) Sono state queste le ultime parole pronunciate dall’arcivescovo di Durazzo, Vincenc Prennushi, imprigionato e martirizzato perché non accettò di creare la Chiesa nazionale albanese, separandosi dalla Santa Sede.

    Morì il 19 marzo 1949. Ora le sue spoglie sono custodite nella chiesa concattedrale “santa Lucia” di Durazzo, dove fu arcivescovo dal 1940 al 1949. Prennushi morì in cella, sdraiato sulla terra umida, fredda, con i piedi scalzi, proprio come san Francesco, di cui era figlio. Morì invocando la luce, quella luce che lui gode nel cielo.


    Trentotto nomi che parlano…

    Scorrendo l’elenco, si trovano i nomi di due parroci dell’allora cattedrale “santa Lucia”: don Anton Zogaj, fucilato nei pressi di Durazzo e sepolto non si sa ancora dove, e monsignor Jul Bonati, rinchiuso in un manicomio negli ultimi anni di prigione.
    Ci sono anche i nomi di alcuni laici: Fran Mirakaj, Qerim Sadiku, il seminarista Mark Ccuni e l’unica donna, Marie Tuci, la novizia stimmatina, uccisa in un modo terribile: nuda, rinchiusa in un sacco con un gatto, che le graffiava il corpo.

    In questi anni mi è capitato spesso di ascoltare il racconto di chi ha conosciuto questi martiri. A Durazzo ci sono molte persone che ricordano ancora monsignor Prennushi. Gli anziani, più volte, mi hanno testimoniato che il vescovo cattolico amava passeggiare per le strade dell’allora Durrws (Durazzo) insieme al parroco ortodosso, pope Erasmo, e all’imam della città, Mustafa Varoshi. In molti sottolineano anche la bontà d’animo del vescovo Vincenc: nelle lettere ai suoi preti traspare tutta la sua premura e la sua cura pastorale. Frequentemente visitava le parrocchie della diocesi di cui era pastore – la più antica dell’Albania – e si fermava in modo paterno con tutti i fedeli. Insomma… una figura, insieme agli altri 37 martiri, da custodire nel cuore della nostra terra, bagnata dal loro sangue.


    Da custodire e far rivivere in ogni albanese!

    Fedeli a Cristo e alla Chiesa! Sono un faro per tutti noi. Un esempio da imitare: nelle prove il Signore è sempre vicino al suo popolo.

    Tra pochi giorni si terrà l’assemblea plenaria della Conferenza episcopale albanese (Cea) durante la quale probabilmente verrà fissata la data della cerimonia che sarà in Albania. Mehr Licht! (Più luce!)


    fonte: SIR
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  6. #26
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    Albania: mons. Prennushi e 37 compagni martiri Beati il 5 novembre

    Condannato al carcere duro e morto nel 1949 in seguito alle torture subite per non aver acconsentito alla richiesta del dittatore albanese Enver Hoxha di formare una Chiesa nazionale, fedele al regime comunista e non a quella di Roma. È mons. Vinçenc Prennushi, frate francescano e arcivescovo di Durazzo, che assieme ad altri 37 compagni sarà beatificato il prossimo 5 novembre nella piazza della Cattedrale di Santo Stefano a Scutari. Ad annunciarlo una lettera di Papa Francesco ai vescovi del Paese balcanico, al termine del processo canonico che ne ha riconosciuto la “testimonianza del martirio per la fede e la patria”: lo riferisce una nota dell’arcivescovo Angelo Massafra, presidente della Conferenza episcopale d’Albania, che parla di “momento storico per la Chiesa e la nazione”. Il rito di Beatificazione sarà presieduto dal prefetto per le Cause dei Santi, il cardinale Angelo Amato, due mesi dopo la Canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta, la piccola suora albanese che dedicò la sua vita agli ultimi in India e non solo. Sull’accoglienza della notizia, ascoltiamo lo stesso arcivescovo Massafra, raggiunto telefonicamente a Tirana da Giada Aquilino:

    R. – Noi aspettavamo con ansia la conferma della data da parte della Santa Sede. E qualche giorno fa è arrivata la comunicazione, in cui viene confermato che il 5 novembre sarà il giorno della Beatificazione dei 38 martiri del comunismo e cioè di mons. Vincenzo Prennushi e di 37 compagni martiri, uccisi “in odium fidei”. Sono una perla per la nostra Chiesa cattolica in Albania, ma anche per il mondo intero. Sono soltanto alcuni dei tanti uccisi durante il periodo comunista per l’odio verso la Chiesa cattolica e la fede cattolica. Mons. Prennushi era arcivescovo a Durazzo: fu messo in carcere e morì a seguito delle tante torture subite. Ci sono anche un altro vescovo, mons. Fran Gjini, ma pure gesuiti, francescani, diocesani ed anche quattro laici, tre uomini e una donna, di varie nazionalità: due tedeschi, la maggior parte albanesi, un gesuita italiano e alcuni sacerdoti di origine croata. I missionari e la Chiesa di Albania hanno sofferto ed hanno testimoniato questo amore a Cristo fino all’eroismo, fino alla tortura.

    D. – Mons. Prennushi e altri religiosi furono chiamati dal dittatore Hoxha per formare una Chiesa nazionale, fedele al regime comunista e non alla Chiesa di Roma. Rifiutarono. Che valore ha oggi quel rifiuto?

    R. – Tentarono di convincere sia mons. Prennushi sia gli altri, ma mai la Chiesa cattolica in Albania si è staccata da Roma! E prima di morire, molti fucilati, hanno gridato: “Viva Cristo Re! Viva il Papa! Viva la Chiesa! Viva l’Albania”.

    D. – Che attualità hanno queste figure oggi per il popolo albanese?

    R. – La popolazione aspettava ormai da tempo il riconoscimento che questi “fratelli” sono stati martirizzati, quindi sono martiri della Chiesa universale. La piccola Chiesa cattolica - noi siamo una minoranza in Albania - ha dato un contributo di fedeltà, presentando 38 martiri, e non sono certo pochi: la Chiesa d’Albania è da sempre una Chiesa martire e grazie anzitutto al sangue di Cristo e anche al sangue di questi nostri martiri – sono ormai 25 anni dalla libertà – è oggi ancora più bella di prima.

    D. – La Chiesa albanese come si sta preparando per la Canonizzazione di Madre Teresa, il 4 settembre a Roma, e per la Beatificazione dei suoi primi martiri a novembre?

    R. – Ci stiamo preparando intensamente per Madre Teresa. Proprio in questi giorni andranno portati alla stampa un novenario e il grande poster della proclamazione. Stiamo anche pensando di fare per tutto il mese di agosto qui in Albania, in tutte le parrocchie, la domenica, degli incontri sulla sua spiritualità. Prima del 4 settembre, poi, pensiamo di far conoscere la spiritualità di Madre Teresa: dobbiamo cercare di imitare tutte le sue virtù, la sua misericordia e il suo amore ai più bisognosi in questo Anno della Misericordia.

    D. – E per i primi martiri, come vi state preparando?

    R. – Ieri abbiamo dato l’annuncio ufficiale a tutti i media. Ho consegnato questa mattina al presidente della Repubblica, al primo ministro e al presidente del Parlamento una lettera ufficiale per metterli a conoscenza della data di Beatificazione. E’ chiaro che abbiamo ancora tempo, ma sarà una cosa eccezionale e meravigliosa.


    fonte: Radio Vaticana
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  7. #27
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    Non so se qualcuno abbia letto le profezie di San Basilio di Kronstadt, monaco russo vissuto al tempo dello zar Pietro I; riguardo al comunismo é successo proprio come aveva detto lui 300 anni fa circa. Io me le sono stampate da internet e me le sono lette.

  8. #28
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  9. #29

  10. #30
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    Dal Blog di Aldo Maria Valli:

    Quei martiri così attuali

    A cent’anni dalla rivoluzione bolscevica del 1917, mi è capitato di leggere un libro che non si occupa di quei fatti, ma di una realtà, quella dell’Albania comunista e delle persecuzioni anticristiane, che ne è figlia legittima e tragica. Una delle tante figlie legittime e tragiche.
    Il libro è «Martiri d’Albania. 1945-1990» (Editrice La Scuola, 2016). Curato dagli storici Roberto Morozzo della Rocca e Andrea Giovannelli, narra le vicende di Anton Luli e Gjovalin Zezaj, il primo sacerdote gesuita, il secondo laico cattolico, accomunati dal fatto di essere stati a lungo perseguitati dal regime ateo del dittatore comunista Enver Hoxha.
    Sono due storie di carcere, fame, freddo, sofferenze inaudite, ingiustizia e paura. Ma anche di amore per la libertà, fede e tenacia.
    Divenuta un grande campo di concentramento, l’Albania di Hoxha nel decennio 1944-1955 arrivò a incarcerare, secondo stime delle Nazioni Unite, più di ottantamila persone su una popolazione di poco superiore al milione. Con padre Luli e Gjovalin Zezaj entriamo nelle baracche piene di prigionieri deboli e malati, infestati dai pidocchi e sottoposti a continue sopraffazioni e umiliazioni. Partecipiamo a interrogatori surreali, il cui esito è deciso già in partenza. Conosciamo aguzzini senza cuore, obnubilati dall’ideologia, e delatori spregevoli. Tocchiamo con mano il male che arriva a escogitare torture sempre più crudeli, fino ad adattare, come racconta Luli, un vecchio telefono a manovella, così che, infilando i fili con i poli opposti nelle orecchie del prigioniero, si provoca uno sconquasso tale che le mascelle sbattono fino a far cadere i denti.
    L’inventiva dei carnefici è senza limiti. E poi c’è il lavoro forzato, che non ha altro scopo se non quello di fiaccare i prigionieri nel corpo e nello spirito, perpetuando il terrore.
    I racconti di Luli e Zezaj ci portano direttamente nella lucida follia del comunismo ateo, applicato a un paese già molto povero ma di profonda cultura religiosa. Di qui il tentativo del regime: non solo combattere la fede, ma estirparla totalmente, per costruire lo Stato assoluto e senza Dio, abitato dall’uomo nuovo, assoggettato in tutto e per tutto al partito.
    Colpisce, nella storia di padre Luli, la fede che non cede mai di fronte alla disperazione. E anche la capacità di mantenere la capacità di giudizio. Nel caso del secondo arresto, il gesuita racconta: «I capi di accusa erano i soliti: agitazione e propaganda contro il comunismo, cui aggiunsero anche l’accusa di sabotaggio economico attuato durante gli anni di lavoro in azienda. Per tutto questo il procuratore chiese la condanna a morte: la cosa era così assurda che mi fece perfino ridere».
    Può sembrare un’annotazione marginale, ma la capacità di ridere di una situazione in sé assurda è il sigillo dell’uomo libero. Alla quale il cattolico può aggiungere la fiducia nel Signore e il distacco dai beni di questo mondo: «Alla guardia che mi chiedeva allibita se non avevo paura di morire, risposi che avevo già vissuto abbastanza».
    In realtà la paura c’è, e Zezaj lo dice molto chiaramente («Io avevo paura. Erano campi di morte, come quelli dei tedeschi, anzi questi campi albanesi erano peggiori di quelli dei nazisti»), ma non ha l’ultima parola. Ed è la fede la grande risorsa, perché smaschera la menzogna.
    La Chiesa cattolica in Albania è stata in prima linea nel testimoniare la verità, ed ha pagato un prezzo altissimo.
    Il 21 settembre 2014, quando papa Francesco arriva a Tirana per la visita pastorale, lungo il viale centrale della città si stagliano le immagini di trentotto persone. Sono i martiri albanesi, che saranno beatificati nel novembre 2016: due vescovi, ventuno sacerdoti diocesani, sette frati minori, tre gesuiti, un seminarista, quattro laici. Sono i volti della fede che non muore.
    La persecuzione religiosa in Albania avvenne in due tappe: quella seguita all’instaurazione del regime comunista, subito dopo la seconda guerra mondiale, e quella iniziata nel 1967, quando Hoxha lanciò la grande lotta contro la «superstizione religiosa». I perseguitati vissero così la beffa atroce di una prima liberazione effimera e illusoria, perché seguita da nuovi arresti e nuove violenze da parte dell’onnipresente Sigurimi, la polizia segreta.
    Colpiscono, nella testimonianza dei due perseguitati, l’assoluta mancanza di parole di odio e maledizione nei confronti degli aguzzini e il coraggio che viene fuori nei momenti decisivi. Come quando padre Luli, pur debolissimo e mezzo morto, riuscì a tenere testa all’istruttore del partito comunista e alla fine si meritò i complimenti non solo dei prigionieri cattolici, ma anche di quelli musulmani.
    Il 21 settembre 2014, durante la messa a Tirana, Francesco disse: «Chiesa che vivi in questa terra di Albania, grazie per il tuo esempio di fedeltà. Non dimenticatevi del nido, della vostra storia lontana, anche delle prove; non dimenticate le piaghe, ma non vendicatevi. Andate avanti a lavorare con speranza per un futuro grande. Tanti figli e figlie dell’Albania hanno sofferto, anche fino al sacrificio della vita. La loro testimonianza sostenga i vostri passi di oggi e di domani sulla via dell’amore, sulla via della libertà, sulla via della giustizia e soprattutto sulla via della pace. Così sia».
    Fu in quell’occasione che Francesco, commosso, abbracciò don Ernest Simoni, l’unico sacerdote vivente testimone delle persecuzioni, liberato nel 1990 dopo trent’anni ai lavori forzati.
    «Durante il periodo di prigionia, ho celebrato la messa in latino a memoria, così come ho confessato e distribuito la comunione di nascosto», raccontò don Simoni davanti al papa. «L’ostia la cuocevo di nascosto su piccoli fornelli a petrolio che servivano per il lavoro. Se non potevo utilizzare il fornello, mettevo da parte un po’ di legna secca e accendevo il fuoco. Il vino lo sostituivo con il succo dei chicchi d’uva che spremevo. E d’inverno utilizzavo delle boccette con il vino che mi portavano i miei parenti. Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Quante volte ho recitato questo Salmo. Con la venuta della libertà religiosa il Signore mi ha aiutato a servire tanti villaggi e a riconciliare molte persone con la croce di Cristo, allontanando l’odio e il diavolo dai cuori degli uomini».
    Francesco un anno fa, il 19 novembre 2016, ha assegnato a Simoni la berretta rossa cardinalizia. È il rosso del sangue: «Accipite biretum rubrum… per quod significatur usque ad sanguinis effusionem», ricevete la berretta rossa, a significare che dovete essere pronti a comportarvi con fortezza, fino all’effusione del sangue, come dice la formula.
    Gjovalin Zezaj racconta di quanto importante fu per lui e altri cattolici, durante la persecuzione, poter ascoltare, sia pure di nascosto, la radio italiana e la radio vaticana, che trasmetteva anche in lingua albanese.
    I fatti narrati non riguardano un altro mondo, un pianeta alieno. Tutto avvenne dall’altra parte dell’Adriatico, accanto a noi.
    La libertà non va mai data per scontata. Ogni volta che noi, per trascuratezza, insipienza o ignoranza, abbiamo la tentazione di non curarla e custodirla, pensiamo a tutti coloro che non la possiedono.
    Lenin chiamava la Chiesa «il Nemico». Sapeva bene che era l’ostacolo più grosso sulla strada della «purificazione» da ottenere sistematicamente attraverso il terrore e le purghe permanenti. Che cosa sarebbe successo se quell’ostacolo, anziché restare saldo, si fosse scansato?


    Aldo Maria Valli


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