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Discussione: La persecuzione nei Paesi dell'Est e i Martiri dei regimi comunisti

  1. #1

    La persecuzione nei Paesi dell'Est e i Martiri dei regimi comunisti

    La persecuzione nei Paesi dell'Est


    La storia dell'Albania è quella di un modello radicale di comunismo che ha completamente distrutto l'uomo e il sistema economico nazionale. La ristrettezza del Paese, i suoi scarsi contatti con l'esterno, il nazionalismo, hanno consentito al dittatore Enver Hoxha di costruire una società comunista integrale, quasi un laboratorio di sperimentazione collettivista. Hoxha ha incarnato un messianismo nazionalcomunista che ha impregnato la vita albanese per oltre quarant'anni. Il controllo su tutte le manifestazioni di vita è stato fortissimo, crudele. Si pensi che all'inizio degli anni Ottanta c'erano circa quarantamila persone detenute nei campi di concentramento, quasi l'1,5 per cento della popolazione. Le conseguenze di questa follia sono ancora oggi sotto gli occhi di tutti. Generazioni di albanesi sono cresciuti nel terrore più spietato, in un sistema che ha messo uno contro l'altro.

    L'Albania ha raggiunto un livello di repressione probabilmente ignoto agli altri regimi comunisti proprio sulle questioni religiose. In Albania la vita religiosa è stata sottoposta a durissime pressioni fino alla realizzazione dell'ateismo "ufficiale" con il divieto, proclamato nel 1967, di ogni manifestazione di culto. I gerarchi del partito comunista si compiacevano di affermare che l'Albania fosse divenuto "il primo Stato ateo del mondo". Nella costituzione, approvata nel 1976, si legge: "Lo Stato non riconosce alcuna religione e appoggia e svolge la propaganda ateista al fine di radicare negli uomini la concezione materialistico-scientifica del mondo". Eliminando Dio dalla storia, per decreto oltretutto, quei dittatori hanno compiuto un atto gravissimo contro il loro popolo. Lo dimostrano le conseguenze che gli albanesi stanno pagando anche dopo il crollo del regime.

    Il cosiddetto "bando di Dio" dalla società albanese, avvenuto nel 1967, fu l'esito finale di una lunga e feroce persecuzione antireligiosa che a partire dal 1945 ha colpito i cattolici insieme con gli ortodossi e i musulmani. L'11 gennaio 1946 l'atto di proclamazione della repubblica popolare dichiarava la separazione della Chiesa dallo Stato, come in Unione Sovietica all'indomani della rivoluzione del 1917. Il cattolicesimo aveva dato un'impronta decisiva all'identità nazionale. L'opera di liquidazione della Chiesa è stata impressionante. I comunisti albanesi, con sistemi sbrigativi, hanno letteralmente massacrato e distrutto tutti e tutto. I Pastori sono stati colpiti con violenze inaudite. Tutte le chiese sono state distrutte, chiuse o adibite ad altri usi, persino palazzi dello sport. Al comunismo sono sopravvissuti trenta preti che hanno conosciuto tutti la detenzione.

    L'Albania comunista era diventata, per i cristiani e anche per tutti gli abitanti, come un grande campo di concentramento dove la vita personale si svolgeva sotto ferree regole e un controllo inflessibile. Nel segreto della vita familiare continuava qualche tradizione religiosa, ma sempre nel pericolo perché il regime esercitava un forte controllo. I figli, specie nelle scuole, erano invitati a denunciare le attività "antisocialiste" e religiose dei propri familiari. La persecuzione così violenta è durata molto più a lungo che negli altri Paesi comunisti, praticamente sino alla fine del regime. Rappresenta forze il capitolo più paradossale e atroce di tutta la politica antireligiosa dei regimi comunisti nell'Est europeo. In Albania la ferocia si è unita con una ottusità culturale particolarmente impressionante dando vita così ad una repressione implacabile.

    Un elemento grottesco, ma di inquietante simbologia per l'Albania, sono ancora adesso gli orridi "bunker" che dominano il paesaggio in tutto il Paese. Sono piccole fortificazioni di cemento delle quali emerge nei campi e nei prati solo un pezzo di superficie emisferica con due feritoie. Pare che nessuno abbia mai contato questi "bunker" con precisione, ma ce ne sono - dicono - oltre un milione. Sono i monumenti di un regime che, nella sua ossessionante pretesa di minacciare tutto e tutti, ha seminato il terrore a piene mani insegnando solo ad odiare. Dentro i "bunker" i soldati dovevano sparare contro chissà quale invasore. Ovviamente non sono mai stati usati e tutto quel cemento poteva essere destinato ad opere sociali certo più utili. Oggi nei "bunker" più grandi, quelli allestiti per i carri armati, la gente si ritrova per la Santa Messa. È la rivincita della storia.

    Nonostante il velo di morte steso in tutta l'Albania non si è mai spenta la luce accesa dalla donna albanese più famosa: Madre Teresa (1910-1997). Se questa esile religiosa ha indissolubilmente legato il suo nome alla città indiana di Calcutta è vero che è nata a Skopjie e non ha mai dimenticato le sue radici albanesi. Il regime comunista le ha però sempre impedito di tornare a casa per riabbracciare la mamma e la sorella. Madre Teresa, nel 1993, ha avuto la grazia di accompagnare Giovanni Paolo II che, nel suo pellegrinaggio in Albania, ha ricostituito la gerarchia albanese falcidiata dalla persecuzione. Per la sua gente Madre Teresa è stata sempre un grande segno di speranza e un incoraggiamento a resistere. Tutti - non soltanto i cattolici - riconoscono in lei la "bandiera" che ha continuato a sventolare anche negli anni bui della tragedia comunista.

    Anton Luli (morto nel 1998) e Mikel Koliqi (morto nel 1997) sono le due figure di sacerdoti cattolici albanesi perseguitati più conosciute. L'elenco, in realtà, sarebbe lunghissimo perché tutti i presbiteri, nessuno escluso, hanno conosciuto il carcere e solo pochi sono sopravvissuti. Luli e Koliqi hanno potuto assistere al crollo del regime comunista e testimoniarne la ferocia. Il primo, gesuita, era già stato dato per morto tanto che qualcuno aveva persino pensato di avviare il processo di canonizzazione. Quando ebbe la possibilità di tornare libero, nel 1989, Padre Luli riprese la sua attività di sacerdote con vigore. "Mi sono preparato nella preghiera nei miei 42 anni di carcere" diceva sorridendo. Koliqi è stato creato Cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994. "E' un segno di amore del Papa per tutta l'Albania e ha scelto me non per i miei meriti, ma perché gli altri confratelli sono morti tutti" confidava.

    Nel clero e nel laicato cattolico il regime comunista vedeva due categorie di oppositori e certamente a questa ferocia non fu estranea la constatazione che il mondo cattolico era culturalmente e intellettualmente molto elevato. Non è un caso che tra i più grandi letterati del Paesi ci sono, da sempre, numerosissimi sacerdoti. Colpire la Chiesa cattolica significava dunque anche annullare la tradizione per far posto alla "nuova ideologia". Con rabbia vennero annientati i centri di istruzione. Stando alle notizie raccolte dai gesuiti, in questa "rete" di martiri sarebbero caduti in Albania 5 Vescovi, 60 sacerdoti, 30 religiosi francescani, 13 gesuiti, 10 seminaristi e 8 suore. L'elenco non è completo e mancano, oltretutto, i laici. Tante altre persone consacrate sono state duramente perseguitate ma non uccise, come, ad esempio, Padre Giacomo Gardin, Padre Gjergi Vata e il Vescovo Frano Illia.


    * Evangelizatio *

  2. #2

    Martirologio della Chiesa contemporanea

    Albania: una chiesa martire che risorge

    Testo integrale del Comunicato del Vescovo ausiliare di Scutari, mons. Zef Simoni, che annuncia l'avvenimento in occasione dell'apertura del processo canonico per la beatificazione di 40 Servi di Dio della Chiesa albanese: il francescano padre Luigj Paliq, ucciso in Kosovo nel 1913; don Gjon Gazulli, impiccato in una piazza di Scutari nel 1927; altre 38 vittime del periodo della dittatura comunista 1945-1990.

    Rendiamo grazie alla Santissima Trinità!
    Ringraziamo il Signore per la Chiesa Cattolica che è in Albania, che sta per vivere in questi giorni un grandissimo evento: l'apertura del processo canonico diocesano per la beatificazione di 40 Servi di Dio, in occasione della venuta in Albania di Sua Eminenza il Cardinale Crescenzio Sepe, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli.
    Il Cardinal Sepe il 9 novembre 2002 consacrerà la nuova Cattedrale di Rrëshen (Mirditë).
    Il 10 novembre 2002, celebrerà la Santa Messa nella Cattedrale di Scutari e subito dopo sarà avviato il processo per due sacerdoti: padre Luigj Paliq, O.F.M., ucciso in Kossovo nel 1913, e don Gjon Gazulli, impiccato in una piazza di Scutari nel 1927; insieme ad altre 38 vittime del periodo della dittatura comunista 1945 - 1990. Tutti versarono il loro sangue per amore del Signore Gesù e del prossimo, perdonando con tutto il cuore i loro uccisori.

    Don Lazër Shantoja fu torturato e gli furono amputati mani e piedi; al vederlo ridotto così sua madre esclamò disperata: "Compro io il proiettile per ucciderlo, ma non lasciatelo più in queste terribili condizioni". E mentre costui veniva fucilato a Tirana, nella capitale dell'Albania, un altro sacerdote, don Ndre Zadeja, veniva fucilato nella vecchia e storica città di Scutari, centro del cattolicesimo e della cultura albanese.
    In seguito furono fucilati padre Giovanni Fausti e padre Daniel Dajani, gesuiti; padre Gjon Shllaku O.F.M., il seminarista Mark Çuni, i signori Gjelosh Lulashi, Qerim Sadiku e Fran Mirakaj e padre Anton Harapi, Superiore Provinciale dei Frati Minori.
    In seguito Padre Mati Prendushi, guardiano del convento San Francesco di Gjuhadol, Scutari.
    L'arcivescovo di Scutari, Mons. Gaspër Thaçi e l'arcivescovo di Durrës, Mons. Vinçenc, padre Çiprian Nika, vennero accusati calunniosamente di aver nascosto le armi sotto l'altare di Sant'Antonio nella loro chiesa.
    Il clero cattolico si distinse per la sua fede, il suo patriottismo e la sua cultura. A p. Prendushi la dittatura propose di separarsi dalla Santa Sede di Roma per fondare la chiesa nazionalista. Tutti rifiutarono con coraggio tale proposta. La stessa proposta fu fatta anche a Mons. Frano Gjini, Vescovo e Delegato Apostolico, il quale rispose fermamente: "Mai separerò il mio gregge dalla Santa Sede".Mons. Gjini fu fucilato nel 1948 e può essere paragonare al Cardinale Fiscer ed a Thomas Moore.
    Nessun sacerdote accettò lo scisma, e questo scatenò la reazione che portò all'imprigionamento di circa 170 sacerdoti.
    Ecco alcuni esempi di torture subiti dai sacerdoti.
    Padre Benardin Palaj morì sotto le torture, e morì a causa del tetano, nel convento dei Francescani, trasformato in carcere, dove si trovavano più di 700 detenuti.
    Don Lekë Sirdani e don Pjetër Çuni morirono immersi con la testa in giù nel pozzo nero.
    Don Alfons Tracki e don Zef Maksen, sacerdoti tedeschi, furono fucilati.
    Padre Serafin Koda diede l'ultimo respiro con la laringe tirata fuori dalla gola.
    Papa Josif, sacerdote cattolico di rito bizantino, caduto stremato nella palude di Maliq, fu sepolto vivo nel fango.
    A don Mark Gjani chiesero di rinnegare Cristo, e la sua risposta fu: "Viva Cristo Re!". Fu ucciso e il suo corpo dato in pasto ai cani.
    Don Mikel Beltoja fu torturato nella sala del processo, fatto a porte chiuse. La polizia lo ferì gravemente con i punteruoli e dopo alcuni giorni venne fucilato.
    Dopo questi atti cominciò una terribile propoganda culturale anticlericale e antireligiosa con la cosìddetta "lotta di classe". In tutte le istituzioni e in tutte le conferenze, lezioni, discorsi e conversazioni si propagandava che Dio non esisteva e che la religione era illusione e sfruttamento.
    Il 6 febbraio 1967, il dittatore diede inizio alla "rivoluzione culturale cinese". Tale rivoluzione si estese con la medesima intensità e ferocia, specialmente contro la Chiesa, anche negli angoli più sperduti del paese.
    Furono chiuse tutte le chiese insieme alle moschee!
    La Cattedrale di Scutari fu trasformata in Palazzetto dello Sport. Proprio a Scutari, durante un congresso, il dittatore parlò contro Dio e contro la Chiesa cattolica.
    La chiesa francescana di Gjuhadol fu trasformata in cinema.
    Il Santuario della Madonna del Buon Consiglio, presso il Castello "Rozafa" di Scutari, fu distrutto.
    La chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Tirana fu trasformata in cinema.
    La chiusura della chiesa di Lezha avvenne il 26 marzo 1967, proprio nel giorno di Pasqua.
    Il Santuario di Sant'Antonio di Laç Kurbini fu distrutto e al suo posto fu costruito un campo militare.
    La piccola chiesa di Laç Vau i Dejës, del XIII secolo, di inestimabile valore, fu distrutta con la dinamite.
    Le altre chiese che non furono distrutte furono trasformate in granai, sale di cultura, tribunali, stalle, officine…
    Non si vedevano più sacerdoti in giro.
    Si facevano controlli da per tutto, si frugava persino nei bauli del corredo delle donne.
    Il 10 luglio 1968 fu inaugurata nella città di Scutari esposizione ateista: "Sul ruolo retrogrado della fede".
    La persecuzione culminò nel 1967, quando l'Albania si proclamò "stato ateo".
    Questa situazione terribile continuò fino al 4 novembre 1990, giorno che segnò l'apertura della nuova epoca della religione e della professione della fede, con una santa Messa al cimitero cattolico di Scutari.
    Questa data fu seguita da altri eventi felici:
    1. la visita di Madre Teresa di Calcutta
    2. l'apertura della Nunziatura Apostolica a Tirana;
    3. la visita del Santo Padre, Giovanni Paolo II;
    4. la costituzione della gerarchia ecclesiastica;
    5. l'apertura del seminario interdiocesano "Madonna del Buon Consiglio";
    6. la venuta di molti missionari dalle Chiese sorelle.


    L'inizio del processo canonico per la proclamazione di questi "Servi di Dio", uccisi per la fede, ha un valore molto importante e significativo per la nazione albanese, poiché i santi e i martiri non sono soltanto mediatori tra Dio e l'uomo, ma anche modelli cui ispirarsi per dare un volto nuovo e un futuro a questo popolo che ha molto sofferto.

    Rendiamo grazie al Signore!
    Mons. Zef Simoni, Vescovo Ausiliare di Scutari



  3. #3

    Presentazione di P.Ernesto Santucci s.j. al libro di Didier Rance

    "Hanno voluto uccidere Dio"
    La persecuzione contro la Chiesa Cattolica in Albania (1944 - 1991)

    Presentazione di P.Ernesto Santucci s.j. al libro di Didier Rance


    Il volume di Didier Rance

    "La storia non aveva ancora conosciuto ciò che accadde in Albania�" � " Così, cari albanesi, il vostro dramma deve interessare tutto il continente europeo: è necessario che l'Europa non dimentichi" (Giovanni Paolo II).

    Alla morte di Padre Luli, mio confratello, trovai questo libro nella edizione originale in lingua francese, sulla sua scrivania. Gli era stato donato dall'autore, che tempo prima lo aveva intervistato, e c'era un segnalibro fermo sulle prime pagine. Dopo averlo scorso, mi era sembrato molto interessante, ma poi l'avevo riposto tra gli altri libri, nello scaffale.

    È stata l'insistenza di una carissima amica, che qui pubblicamente ringrazio, la professoressa Elvira Martino Di Carlo, a spingermi a consegnarglielo perché lo potesse tradurre. Ed ecco l'impresa è terminata e, grazie all'interessamento dell'amico Antonio Lombardi, il volume vede la luce in edizione italiana. Un pensiero di ringraziamento rivolgo anche al giovane Luigi Pastoressa che ha curato la parte editoriale.

    Sono ormai sedici anni che vivo in terra albanese. Nei primi anni di permanenza a Tirana ho sentito tante persone raccontare ciò che era accaduto negli anni precedenti. Tutto "in presa-diretta", direttamente dai protagonisti o da coloro che avevano visto o sentito raccontare gli orrori degli anni trascorsi, in cui in nome del marxismo-leninismo erano state sacrificate tante vite umane.

    Ritengo anche ora, dopo tanti anni, che sia molto importante, fondamentale, direi, portare a conoscenza degli italiani quelle pagine di storia che si sono avvicendate per la durata di quasi cinquant'anni a pochi chilometri da noi, sull'altra sponda dell'Adriatico, e di cui ben pochi hanno avuto sentore. Un muro impenetrabile era stato eretto, muro che ha reso l'Albania un immenso carcere.

    Oggi, in Italia, più che conoscere l'Albania si conoscono, o si crede di conoscere, gli "albanesi". Un luogo comune, uno stereotipo ben radicato, li vuole "brutti, sporchi e cattivi", inaffidabili, protettori di prostitute, spacciatori di droga, rapinatori, violentatori, trafficanti di armi. Ma è finito da un pezzo il periodo dei "gommoni" che scaricavano sulle coste pugliesi un popolo di disperati che, col miraggio del guadagno facile, tentavano il tutto per tutto, molto spesso rischiando o perdendo la vita. Ormai questa è preistoria. Attualmente gli albanesi che vivono in Italia sono dotati di regolare permesso di soggiorno, sono bene inseriti, lavorano in ogni campo, dall'agricoltura all'edilizia, e con il frutto del loro lavoro aiutano parenti e familiari in terra albanese.

    Questo volume ci aiuta a ricordare da dove vengono, questi uomini. Quali cicatrici conservano nelle loro anime, quali ricordi incancellabili restano per sempre nei loro cuori. Vengono da una nazione con una storia sempre molto travagliata, storia che ha avuto il colpo di grazia cadendo, nell'ultimo dopoguerra, sotto una dittatura spietata e crudele, stupida e malvagia, che ha ridotto uomini e donne a vivere come in un gigantesco lager, dove tutto doveva essere funzionale al "Partito del lavoro", una divinità mostruosa cui sono state sacrificate migliaia e migliaia di vittime.

    In questi anni si sta stendendo un velo pietoso - di oblio - su quello che è stato il fenomeno del comunismo in Europa e nel mondo. È bene, invece, alzare il velo per conoscere e ricordare, affinché certe atrocità non si ripetano mai più. Ed è bene conoscere la storia di tanti uomini, laici e religiosi, vescovi e sacerdoti, le cui vite sono state barbaramente sacrificate.

    Questo libro deve farci riflettere. Alcuni di questi uomini che hanno avuto il coraggio di non tacere, di opporsi alla marea crescente della disumana dittatura, tra breve, lo speriamo, riceveranno il riconoscimento ufficiale della Chiesa e saranno inseriti nel catalogo dei numerosissimi martiri che la fede cristiana genera in ogni periodo della storia.

    Un elenco di quaranta nomi: vescovi, sacerdoti, diocesani, francescani, gesuiti, laici, tra cui anche una donna. Elenco che riportiamo di seguito.

    Ma meritano di essere ricordate tutte le altre vittime senza nome, conosciute e sconosciute, cristiane o appartenenti ad altre confessioni religiose. Anche per il sacrificio di tutti costoro possiamo dire oggi di essere uomini liberi!

    In attesa di Beatificazione:
    Mons. Vinçenc Prendushi,
    Mons. Franco Gjin,
    Mons. Jul Bonati,
    Don Alfons Tracki,
    Don Anton Muzaj,
    Don Anton Zogaj,
    Don Dedë Maçai,
    Don Dedé Malaj,
    Don Dedé Plani
    Don Ejëll Deda,
    Don Jak Bushati,
    Papa Josif Mihali,
    Don Jozef Marksen,
    Don Lazër Shantoja,
    Don Aleksandër Sirdani,
    Don Luigj Prendushi,
    Don Marin Shkurti,
    Don Mark Xhani,
    Don Mikel Beltoja,
    Don Ndoc Suma,
    Don Ndre Zadeja,
    Don Pjetiër Cuni,
    Don Shtjefën Kurti,
    P. Bernardin Palaj ofm,
    P. Cyprian Nika ofm,
    P. Gaspër Suma ofm,
    P. Gjon Shllaku ofm,
    P. Karl Serreqi ofm,
    P. Mari Prendushi ofm,
    P. Serafin Koda ofm,
    P. Daniel Dajani sj,
    P. Giovanni Fausti sj,
    Fr. Gjon Pantalia sj,
    Semin. Mark Çuni,
    Fran Miraka,
    Gjelosh Lulashi,
    Qerim Sadiku,
    Maria Tuci,
    P. Luigj Paliq,
    Don Gjon Gazulli.



    ________
    * Didier Rance è direttore nazionale dell'ACS ("Aiuto alla Chiesa che Soffre") per la Francia. Ha pubblicato una decina di libri sui martiri e i testimoni della fede nell�Est Europeo. Il volume è edito da Avagliano Editore - 2007.

  4. #4

    Martire in Albania

    Padre Giovanni Fausti
    (1899 - 1946)

    di Giorgio Silvestri

    Fu in un triste pomeriggio dell'autunno 1943 che incontrai per la prima volta Padre Giovanni Fausti. Lavoravo allora all'ospedale generale di Tirana. Alcune suore mi avevano chiesto di trovare al più presto un sacerdote gesuita per amministrare gli ultimi sacramenti a un morente. Subito corsi alla residenza della Compagnia di Gesù in città, in cerca del P. Fausti, il quale per combinazione mentre io chiedevo di lui in portineria, stava proprio uscendo. Non appena ebbe sentito la mia richiesta inforcò la sua bicicletta per precipitarmi all'ospedale. Quando anch'io fui di ritorno, le suore mi chiesero chi fosse quello straordinario sacerdote che mi aveva preceduto, esprimendo per lui ammirazione e profondo rispetto. Risposi di sapere soltanto che era l'ex rettore del seminario pontificio di Shkodra (Scutari) e che si era trasferito nella residenza dei gesuiti di Tirana da qualche settimana. Tuttavia la prontezza con cui aveva risposto alla mia richiesta e il grande interesse umano dimostrato per il morente mi fecero capire che si trattava di un uomo dalle qualità eccezionali.

    Questo fu l'inizio dei miei contatti con lui. Da quel giorno diventammo sempre più amici, specialmente perché tutti e due nutrivamo grande preoccupazione per la tragica situazione in cui si trovavano in quei tempi tristi gli italiani d'Albania e gli stessi albanesi. Inoltre cominciai ad andare da lui regolarmente per la confessione e questo di per sé dà la misura della potente influenza che la forza della sua serenità esercitò su di me. E fu così che ebbi il privilegio di conoscere sempre meglio quest'uomo dall'animo nobile e dal cuore grande e semplice, le cui qualità si rivelarono a tutti durante gli eventi tribolati che seguirono.

    Nel tormentoso periodo dopo il 1943, per gli italiani e per altri senzatetto, perseguitati e maltrattati, ammalati e denutriti, privi di alcuna possibilità di rimpatrio, P. Fausti rappresentò un rifugio sia materiale che spirituale. Egli si dimostrò un vero padre, amico, consigliere, avvocato e protettore per tutti coloro che ne avevano bisogno. In ogni modo possibile cercò di aiutare fisicamente e moralmente quelli che invocavano il suo aiuto.

    Dato che era italiano di nascita, era naturale che desiderasse soccorrere i compatrioti, ma il suo cuore era ugualmente sensibile alla situazione critica della popolazione locale a cui rispose come uomo e come sacerdote. Ben presto avrebbe servito gli albanesi come testimone della Fede.

    P. Fausti lasciò un ricordo indelebile non solo a me, ma anche ai miei compagni. Noi tutti ricordiamo le sue opere di incoraggiamento e i suoi sforzi a favore degli affamati e degli indifesi. Lo ricordiamo anche durante i disordini del 1944 quando fu gravemente ferito dai nazisti mentre tentava di condurre alcuni albanesi nel santuario della chiesa dei gesuiti. Lo abbiamo sempre visto tranquillo, deciso e soprattutto sereno. Durante tutta la sua vita di azione e di studio conservò sempre una gioia infantile e una semplicità di cui faceva mostra perfino quando giocava a carte o a bocce con i confratelli o con uno di noi.

    P. Fausti era nato il 19 ottobre 1899 a Brozzo, in provincia di Brescia, nell'Italia settentrionale. Entrò nell'Ordine dei gesuiti come studente e si laureò summa cum laude in filosofia e teologia all'università Gregoriana di Roma. Insegnò in Italia (Milano e Torino) nonché in Albania, dove giunse come scolastico [gesuita nel periodo della formazione, n.d.r.] e dove poi diventò professore e rettore del seminario pontificio di Shkodra. La sua vita intensa ed esemplare, il suo vasto patrimonio culturale e la sua viva sensibilità per le sofferenze e i bisogni altrui avevano sempre stupito coloro che lo conobbero e lo ebbero come amico. La gente restava affascinata dalla sua intelligenza e semplicità e capiva che lo guidavano una mente serena, libera da pregiudizi, e un'anima ardente in sintonia con gli ideali apostolici della bontà e della pace. Vederlo incedere verso l'altare così sereno e dignitoso colmava il cuore dei presenti di una devozione fervida e ardente.

    Alla fine del novembre 1944, i tedeschi furono costretti a ritirarsi dall'Albania, lasciando campo libero ai comunisti albanesi (con l'aiuto anglo-americano) di installarvi il loro governo, sotto il controllo della Jugoslavia. Ben presto i comunisti diedero inizio a una campagna ispirata dai propagandisti russi e jugoslavi per screditare il clero cattolico. Col tempo, ciò che era stato solo una calunnia si trasformò in aperta persecuzione e i gesuiti furono i primi ad essere attaccati. Allora P. Fausti (1945) era già vice-provinciale della Compagnia in Albania. Nello stesso anno, il 31 dicembre, lui e P. Daniel Dajani, rettore del seminario pontificio e del St. Xavier's College (Saverianum), furono accusati di svolgere attività anti comunista e arrestati. Denunce di propagandismo furono rivolte specialmente contro P. Fausti allo scopo di farlo apparire agli occhi della popolazione come un politicante traditore della nazione asservito agli occidentali e spia del Vaticano. L'intento reale dell'attacco tuttavia era di eliminare una persona che rappresentava un ostacolo sulla via del dominio assoluto del regime comunista ateo in Albania.

    Consapevole della gravità del momento, P. Fausti poteva prevedere il suo destino, ma senza perdersi di coraggio e sapendosi innocente affrontò la sentenza con forza quasi divina. Fu picchiato e umiliato e non si lamentò e ribellò mai, anzi rispose con parole di perdono e di benedizione. Accettò la condanna a morte con la serenità del forte e del giusto che morendo sa di trionfare sulla debolezza dei suoi oppressori.

    Il 4 marzo 1946, prima dell'alba, P. Fausti e i suoi compagni condannati con lui furono trasportati in furgone in una località dietro il cimitero cattolico di Shkodra. Invitato a esprimere le ultime volontà, il gesuita con voce chiara e vibrante disse: "Sono contento di morire nel compimento del mio dovere. Viva Cristo Re" Dopo aver pronunciato anche loro le ultime parole, i suoi sette compagni levarono all'unisono la voce in lode di Dio e della madre patria, esclamando: "Viva Cristo Re! Viva l'Albania!" Poi i fucili lasciarono partire le scariche. Il cielo di Shkodra si inumidì e la rugiada del mattino parve il pianto gentile di pena e di dolore di fronte al tremendo spettacolo: il sangue dei martiri che scorreva e intrideva quella fangosa terra albanese che il gesuita tanto aveva amato.

    Il popolo accorse e alcuni si inginocchiarono accanto al martire, altri cercarono di strappare un pezzetto di stoffa dei suoi abiti per conservarlo come reliquia, ma i calci dei fucili dei soldati li cacciarono via. Dopo un paio d'ore, i corpi furono gettati in una fossa comune. La gente albanese chiama devotamente quel campo dietro il cimitero cattolico di Shkodra il "cimitero dei martiri".

    Con il suo comportamento e il suo coraggio, P. Fausti dimostrò ai cristiani e ai musulmani d'Albania che coloro che credono in Dio e nella vita eterna e non sono schiavi dei piaceri di questo mondo, sono in grado di affrontare la morte con serenità e coraggio.

  5. #5
    Dalla memoria dei martiri la nuova Albania

    Il Paese delle Aquile riscopre la sua storia di fede per affrontare le sfide del presente E premia don Oreste Benzi per la sua lotta contro la «tratta umana». Il vescovo di Sapë, Dodë Gjergji (attualmente vescovo di Prizren, Kosovo): «Segni di speranza per tutta la società» l’evento. Dalle persecuzioni dell’impero romano alle vittime del regime comunista: oggi a Blinisht il cardinale José Saraiva Martins consacrerà una chiesa dedicata ai «testimoni della fede»

    di Lorenzo Rosoli

    I martiri cristiani dei primi secoli, vittime delle sanguinose persecuzioni dell'impero romano. I «testimoni della fede» immolati sull'altare dell'ateismo di Stato da una delle dittature più spietate del XX secolo, il regime comunista di Enver Hoxha.
    E poi: le ragazze ridotte in schiavitù dal business della prostituzione dopo la caduta del regime, con tutta la loro voglia di riscatto e la fattiva solidarietà di quanti - un nome per tutti: don Oreste Benzi - accompagnano da anni il loro cammino. Infine: i giovani cattolici del Paese delle Aquile, chiamati ad essere i protagonisti della rinascita ecclesiale e civile di questa terra così ricca di memorie, dolori, speranze.
    Sono i volti dell'Albania che in questi giorni si stringe intorno al cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, invitato dalla Conferenza episcopale del Paese balcanico per partecipare a una serie di iniziative ricche di significati. Non solo religiosi.
    Il culmine del programma sarà stamani alle 10 con la consacrazione della chiesa parrocchiale di Blinisht, diocesi di Sapë, dedicata ai santi martiri albanesi Danakto, diacono di Valona, e Astio, vescovo di Durazzo, perseguitati al tempo dell'imperatore Traiano. Accanto alla chiesa che verrà consacrata da Saraiva Martins c'è un monumento: ritrae due sacerdoti gesuiti, l'albanese Danjel Dajani e l'italiano Giovanni Fausti, fucilati dai comunisti dopo un processo farsa esattamente sessant'anni fa, il 4 marzo 1946.
    Il 10 novembre 2002, nella cattedrale di Scutari, si aprì la fase diocesana del processo di beatificazione di quaranta «testimoni della fede», fra i quali vi sono anche Dajani e Fausti. Oggi a Blinisht i martiri dell'antichità e i martiri del nostro tempo verranno ricordati insieme, come tralci della stessa vite, la cristianità albanese.
    Ma il programma delle manifestazioni ha preso il via ieri pomeriggio con la consegna di un premio a don Oreste Benzi, il fondatore dell'Associazione Papa Giovanni XXIII, per l'impegno profuso in favore delle ragazze albanesi vittime della tratta. E si chiuderà domani nella cattedrale di Vau Dejës, dove Saraiva Martins incontrerà un migliaio di giovani della diocesi di Sapë.
    «Si tratta di eventi, segni e gesti importanti per la nostra diocesi e per l'intera Chiesa e società albanese. Per questo abbiamo invitato il cardinale Saraiva Martins a condividere la nostra gioia, la memoria della santità di ieri e del nostro tempo con le sfide che ci attendono», spiega il vescovo di Sapë, Dodë Gjergji, che è anche segretario generale della Conferenza episcopale e presidente della Caritas albanese.
    «Quando dieci anni fa iniziammo a costruire la chiesa di Blinisht, assieme al parroco di Santo Stefano, don Antonio Sciarra, speravamo di poterla dedicare ai testimoni della fede uccisi dal regime comunista - confessa Gjergji -. Ma il loro processo di beatificazione è ancora in corso. Così abbiamo scelto di intitolare il luogo di culto oggi consacrato da Saraiva Martins ai martiri dei primi secoli, come a scandire una continuità fra quei testimoni e i testimoni del '900. Ma ancora nei nostri anni l'Albania ha sofferto nuove forme di martirio - non esito a usare questa parola: la tratta delle nostre ragazze, molte giunte in Italia, schiavizzate dal business della prostituzione, a volte fino alla morte».
    Ecco, allora, il premio dato ieri a don Benzi: «Un modo per ringraziare quanti, come lui, stanno lottando per rompere le catene della schiavitù. Ma anche per rinnovare l'attenzione verso una tragedia ancora viva ma forse meno considerata rispetto agli anni scorsi - incalza Gjergji -. Il premio è stato assegnato dalla Presidenza della Repubblica su proposta della Caritas albanese».
    Martiri di ieri e del nostro tempo, vittime di oggi. Memorie e sensibilità ancora vive tra la gente albanese? «Sì. Nemmeno la dittatura di Hoxha è riuscita a estirpare il senso religioso dai nostri cuori - risponde il vescovo di Sapë -. Quando alla caduta del regime è ripresa l'attività religiosa, la gente della mia diocesi non aveva perso la memoria delle preghiere, dei riti. E dei luoghi di culto: ancora tutti sapevano dove stavano le chiese rase al suolo o trasformate e ridotte ad altri impieghi. Soprattutto, però, era ancora viva la memoria delle persone, dei testimoni della fede. Nomi e volti custoditi nei nostri cuori anche nei tempi più duri, che ora celebriamo, nel segno della gratitudine, come esempi per il cammino che verrà»

  6. #6
    Arjuna
    visitatore
    com'è la percentuale ortodossi / cattolici in albania?

  7. #7
    Citazione Originariamente Scritto da Arjuna Visualizza Messaggio
    com'è la percentuale ortodossi / cattolici in albania?
    Secondo le nuove statistiche la percentuale tra gli albanesi sono: 38% mussulmani e 35% cristiani (tra cui 22,5 % ortodossi e 12,5 % cattolici)e 16 % non fedeli (atei, ma anche dei non dichiarati di quale Religione appartengono).

    Queste ultime statistiche ha presentato durante una Conferenza
    all'Università di Oxford, l'ex Presidente della Reppublica d'Albania Rexhep Meidani (Ylli Pata, in Gazeta Shqip).

  8. #8
    Servo di Dio Aleksander Sirdani
    Boga (Koplik) 1892 – Scutari, 29 luglio 1948


    Il 26 luglio 1948, padre Aleksander (Leke) Sirdani, pronunciò la sua ultima predica in occasione della festa di sant’Anna; un fedele presente in chiesa, ha riportato le parole che il parroco aveva pronunciato e che furono poi prese come pretesto dal regime, per eliminarlo: “Fratelli e sorelle, una nube nera ci ha coperti, ma non spaventatevi, perché questa passerà e una nube bianca verrà e noi risplenderemo come le pietre del fiume dopo la pioggia”.
    Erano parole profetiche, si riferivano senz’altro alla situazione dell’Albania, finita nell’orbita del regime sovietico, con tutto lo strascico della persecuzione religiosa; non sapeva padre Aleksander, che quelle parole anticipavano la sua orribile fine, coperto non da una nube nera, ma bensì da una coltre di liquame fognario nero, insolito strumento del suo martirio.
    Padre Aleksander Sirdani (Leke), nacque a Boga nel nord dell’Albania nel 1892; divenne orfano dei genitori quando era ancora un bambino, fu educato prima da una zia e poi da un pio musulmano albanese.
    Aveva circa otto anni, quando fu accolto nel Collegio Saveriano di Scutari, retto dai Gesuiti, i quali gli diedero poi la possibilità di continuare gli studi in Austria, dove nel 1916 a 24 anni fu ordinato sacerdote; già suo fratello Marin si era consacrato a Dio, tra i Frati Minori Francescani.
    Tornato in Albania, fu parroco in vari paesini sulle montagne di Scutari; nei momenti liberi dal ministero sacerdotale, prese a raccogliere dalla viva voce della sua gente, le tradizioni, le fiabe, i canti della sua terra, insegnandoli ai ragazzi della parrocchia e pubblicandoli in alcune raccolte (Il piccolo albanese, Racconti popolari, Parole d’oro, La leggenda del foglio del porro, Il giovane frate).
    Inoltre scrisse anche “I Dieci Comandamenti” in poesia, per renderne più agevole l’apprendimento e “Il martire dell’Eucaristia” (S. Tarcisio).
    Intanto in Albania, dopo le tristi vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale, che la vide coinvolta nelle politiche espansionistiche e militari dell’Italia, alleata dei nazisti e come base delle operazioni belliche, contro Grecia, Montenegro, Iugoslavia e altri Paesi balcanici; nel 1942 comparve sulla scena politica il capo dei partigiani comunisti Enver Hoxa (Argirocastro, 16-10-1908 – Tirana, 11-4-1985).
    Personaggio carismatico, legato a filo doppio con la politica sovietica e con i principi marxisti; quando diventò poi Capo del Governo (1944-1954) mise in atto una politica antireligiosa, scatenando persecuzioni contro il clero e contro i fedeli, che non intendevano aderire al nuovo corso di un’Albania veramente atea.
    Hoxa detenne il potere in Albania, praticamente per oltre 43 anni, sia al governo del Paese, sia come potente Segretario del Partito Comunista Albanese, totalitario nel Parlamento; rafforzò l’idea di uno Stato ateo, giungendo a proclamare il 5 febbraio 1967, l’Albania “Primo Stato ateo del mondo” e nella Costituzione del 1976, si afferma, che lo Stato conduce e favorisce la propaganda a favore dell’ateismo.
    Detto ciò, ritorniamo a padre Sirdani, tralasciando tutti gli altri risvolti, politici, economici, internazionali, che furono imposti al piccolo Stato dei Balcani, durante la lunga presenza sulla scena politica, del praticamente dittatore, Enver Hoxa.
    Nel 1945 padre Aleksander, a 56 anni, era parroco a Boga, suo paese natale, quando ormai si era scatenata la persecuzione contro i cattolici in particolare, con esecuzioni pubbliche in massa, deportazioni e torture, campi di concentramento, arresti con ogni scusa di sacerdoti e religiosi, eliminazione di ogni forma di culto pubblico e privato.
    Considerando il clero e la Chiesa Cattolica, come “oppio del popolo”, ci fu una sistematica imposizione dell’ateismo di Stato, con la graduale distruzione di chiese e conventi; si giunse a mettere in atto il meschino espediente di nascondere delle armi nei conventi e chiese, per poi accusare i religiosi di cospirare contro il regime.
    Ad un giovane della parrocchia, che gli esternava le sue preoccupazioni, il parroco don Aleksander Sirdani, rispose: “Tu abbi lunga vita, giovanotto, ma per me morire per Cristo significa rinascere”.
    E il 27 luglio 1948, adducendo come pretesto la sua predica del giorno precedente, prima citata, fu arrestato in casa del cugino, malmenato con violenza tanto da rimanere con una sola scarpa ai piedi e senza il Breviario, sfuggiti entrambi mentre lo trascinavano via; per circa 30 km fu spintonato e bastonato, fino al carcere di Koplik, nei pressi di Scutari, dove a più riprese fu torturato in vari modi, ferro rovente, scariche elettriche e spellamento, tanto da renderlo irriconoscibile.
    Nello stesso carcere erano rinchiusi altri sacerdoti, e due di loro furono testimoni del martirio; padre Simon Cubani e padre Anton Luli; dopo un paio di giorni di torture, il 29 luglio mattina non sentirono più le grida di dolore di padre Aleksander, per cui don Luli domandò alla guardia dove fosse e così seppe che era appena stato gettato nel pozzo nero dei bagni dei detenuti.
    Don Luli pregò allora la guardia di lasciarlo andare al bagno, anche se non era l’orario consentito; essendo trascorse le otto del mattino, avrebbe dovuto aspettare la sera.
    La guardia comprese il motivo reale e impietosito, lo accompagnò al pozzo; lì giunto era visibile il nero liquido che ancora gorgogliava, sconvolto padre Anton Luli si avvicinò come se dovesse fare dei bisogni e di nascosto, tracciò con la mano un rapido segno di croce su quel povero prete, che moriva soffocato in quel modo orribile e disumano.
    Don Cubani aggiunse, che padre Leke Sirdani e con lui padre Pjeter Cuni, furono soffocati nella fossa nera del w.c. dopo aver pompato le loro budella con la pompa della macchina.
    Quando ai due sacerdoti già immersi nel liquido, fu proposto di rinnegare la loro fede, in cambio della vita, essi rifiutarono decisamente, allora uno degli aguzzini (non è il caso di chiamarlo guardia), spinse con un forcone le loro teste sotto la melma, mentre un altro sparava all’impazzata nella fogna.
    La chiesa della sua parrocchia a Boga, fu trasformata in un forno per il pane, ma i fedeli compaesani, lo hanno sempre venerato e pregato di nascosto, come un martire e santo.
    Con la morte di Hoxa nel 1985, il lunghissimo regime comunista ateo in Albania, in breve tempo si smembrò e con esso lo Stato; dopo 54 anni dal suo martirio, nella chiesa ripristinata al culto, i fedeli di Boga hanno eretto una statua al loro parroco, che dal cielo continua a vegliare, proteggere e guidare la sua gente, impegnata nel difficile e lungo cammino di ripresa, come tutta la Nazione albanese.
    Il suo nome fa parte del numeroso gruppo di martiri dell’Europa dell’Est, dei quali le varie diocesi e Congregazioni religiose, hanno aperto la causa di beatificazione, suddividendoli per nazionalità; il gruppo albanese è composto da 40 martiri.

  9. #9
    Marin Sirdani OFM
    Boga, Koplik 1885 – Scutari, 14 febbraio 1962


    Una loro nipote, Regina Lulashi, in un’intervista ha raccontato, che in tutti gli albanesi di oggi è ancora vivo il ricordo e la venerazione per i due fratelli Aleksander e Marin Sirdani, entrambi sacerdoti cattolici.
    I due fratelli testimoniarono in modo diverso, la loro appartenenza e fede alla Chiesa Cattolica, in un’Albania caduta per oltre 43 anni, nell’oscurità di un regime totalitario e soprattutto ateo.
    A Marin, il più grande dei due, toccò la sorte di fare da battistrada alla vocazione sacerdotale del fratello minore Aleksander, ma di vederne anche la prematura ed orribile morte, che ne fece un martire del XX secolo.
    Don Aleksander Sirdani, nato nel 1892, parroco di Boga, fu una delle tante vittime della persecuzione comunista del dopo guerra albanese; morì insieme a don Pjeter Cuni (1914-1948), immerso nel pozzo nero dei bagni del carcere di Kopiek (Scutari), il 29 luglio 1948; la loro causa di beatificazione è in corso, unitamente ad altri 38 martiri di quel periodo, testimoni della “Chiesa del Silenzio” albanese (vedere scheda propria).
    Padre Marin Sirdani, suo fratello, nacque nel 1885 a Boga nel nord dell’Albania, in una delle migliori famiglie del villaggio. Il padre Daka, fu senz’altro una figura determinante per la sua formazione morale e spirituale; egli era una persona dalla forte fede ed attendibilità, pieno di coraggio e patriottismo, con uno spiccato senso dell’ospitalità.
    La giovane moglie morì poco tempo dopo la nascita del loro secondo figlio Aleksander, quando Marin aveva appena sette anni; il padre, che non volle più risposarsi, cercò di crescere da solo i due bambini.
    Erano gli anni dei conflitti balcanici del primo Novecento e l’Albania era smembrata fra Serbia, Montenegro, Grecia e Turchia e si batteva per l’indipendenza; il territorio di Boga venne a trovarsi isolato dai Turchi e dai Montenegrini e gli abitanti erano in piena crisi di sopravvivenza.
    Pertanto Daka decise di lasciare il paese, in cerca di una vita migliore e più sicura e si trasferì con i figli nel villaggio di Guci in Kossovo. Con l’aiuto di qualche parente, riuscì ad educare i due figli, collocandoli poi nel Collegio Francescano di Scutari, dove fecero le elementari.
    Poi i due ragazzi presero strade diverse, Aleksander il più piccolo, fu accolto nel Collegio Saveriano di Scutari, retto dai Gesuiti, che gli diedero poi la possibilità di completare gli studi in Austria, dove nel 1916 a 24 anni fu ordinato sacerdote, andando a fare poi il parroco sui monti di Scutari in Albania.
    Marin invece, dopo aver frequentato la scuola media inferiore e superiore nel Collegio Francescano, scelse di restare nell’Ordine di San Francesco, fra i Frati Minori e andò poi a Gratz in Austria, dove conseguì la laurea nella Facoltà di Teologia; anch’egli nel 1916 a 31 anni, fu ordinato sacerdote.
    I suoi primi incarichi di ministero sacerdotale, furono a Bishkash di Mirdita e a Dukagjin; in seguito tornò a Scutari nel Collegio Francescano, come professore e poi Direttore dell’Istituto stesso.
    Nel 1922, fu l’artefice insieme ai padri Gjergj Fishta e Vincens Prendushi, dell’apertura del primo Liceo in Albania, a cui diedero il nome di “Illyricum”; padre Marin insegnava Storia e Dottrina Ecclesiastica, intrattenendo stretti rapporti culturali con gli intellettuali di Scutari.
    Come il fratello Aleksander, sacerdote diocesano e parroco di vari paesini, che scriveva tradizioni, fiabe, canti della loro terra, raccogliendoli in alcune raccolte pubblicate; anche Marin Sirdani, erudito professore, scrisse molte opere, specialmente di soggetto storico, delle quali le più note sono: “Scanderberg secondo la tradizione orale”, “Per la storia nazionale”, “L’Albania degli Albanesi”, “Opere nazionaliste dei Francescani” e varie leggende albanesi.
    Padre Marin Sirdani, diventò inoltre uno dei più stretti collaboratori della stampa di quel tempo, pubblicando inoltre poesie e saggi storici, sulle riviste “Kumbona e se Dielles” e “Ylli i Drites”.
    Divenne poi priore del convento francescano di Arra e Madhe (Scutari), dove oltre a dirigere la comunità, continuò ad interessarsi dell’educazione e istruzione della gioventù; il suo dotto confratello, Giergj Fishta, diceva di lui: “La gioventù di Scutari non sa ancora quale personalità si trova in mezzo a loro”.
    Testimonianze di coetanei, confratelli, superiori ed allievi, descrivono con ammirazione la figura del francescano Marin Sirdani, come storico erudito, uomo di grande cultura, ottimo educatore della gioventù, religioso e superiore esemplare, mediatore nel contrasto tra Stato Albanese e Chiesa Cattolica.
    Lavorò alacremente in mezzo alle difficoltà sociali, economiche, politiche, che interessarono la popolazione, i giovani, gli ecclesiastici e religiosi in Albania, fino allo sconvolgimento della Guerra Mondiale.
    Intanto in Albania, dopo le tristi vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale, che la vide coinvolta nelle politiche espansionistiche e militari dell’Italia, alleata dei nazisti e come base delle operazioni belliche, contro Grecia, Montenegro, Iugoslavia e altri Paesi balcanici; nel 1942 comparve sulla scena politica il capo dei partigiani comunisti Enver Hoxa (Argirocastro, 16-10-1908 – Tirana, 11-4-1985).
    Personaggio carismatico, legato a filo doppio con la politica sovietica e con i principi marxisti; quando diventò poi Capo del Governo (1944-1954) mise in atto una politica antireligiosa, scatenando persecuzioni contro il clero e contro i fedeli, che non intendevano aderire al nuovo corso di un’Albania veramente atea.
    Hoxa detenne il potere in Albania, praticamente per oltre 43 anni, sia al governo del Paese, sia come potente Segretario del Partito Comunista Albanese, totalitario nel Parlamento; rafforzò l’idea di uno Stato ateo, giungendo a proclamare il 5 febbraio 1967, l’Albania “Primo Stato ateo del mondo” e nella Costituzione del 1976, si afferma, che lo Stato conduce e favorisce la propaganda a favore dell’ateismo.
    Detto ciò, ritorniamo a padre Sirdani, tralasciando tutti gli altri risvolti, politici, economici, internazionali, che furono imposti al piccolo Stato dei Balcani, durante la lunga presenza sulla scena politica, del praticamente dittatore, Enver Hoxa.
    In quel periodo, padre Marin Sirdani, insieme a mons. Thaci, vescovo di Scutari, si adoperò fortemente affinché si trovasse qualche soluzione, sul confronto tra Stato totalitario comunista ed ateo e il clero cattolico dell’Albania, soggetto a persecuzioni.
    Come detto all’inizio, suo fratello don Aleksander pagò con la vita nel 1948, l’intolleranza del regime verso i sacerdoti; anche padre Marin fu messo in prigione per due volte dal regime comunista e fortunatamente rilasciato, continuando a vivere ed operare fino alla fine nel suo convento di Arra e Madhe a Scutari. Morì di tubercolosi il 14 febbraio 1962 a 77 anni, assistito dai confratelli del detto convento.
    Passata la bufera e le restrizioni del regime ateo, gli albanesi che lo conobbero e stimarono, hanno preso a divulgarne ed onorarne la memoria; padre Sirdani diede un enorme contributo all’istruzione dei giovani, insegnante e storico insigne, raccolse e conservò le tradizioni e i valori del suo popolo, per trasmetterli alle future generazioni.
    Gli Amministratori del Comune di Shkrel, lo hanno proclamato loro “Cittadino d’Onore”; il suo Comune nativo, Boga, gli ha intitolata la scuola del paese.
    Ha lasciato migliaia di manoscritti sulle leggende albanesi, ma molte delle sue opere furono bruciate da parte dei comunisti.

  10. #10
    Servo di Dio Giovanni Fausti Gesuita
    Martire in Albania
    Brozzo in Val Trompia (Brescia), 9 ottobre 1899 - Scutari (Albania), 4 marzo 1946



    “Un precursore del dialogo islamico-cristiano”; “Vittima della persecuzione religiosa nell’Albania comunista”; “Padre Giovanni Fausti, martire in Albania”; “La spiritualità del padre Giovanni Fausti, testimone dell’amore e della fede nel nostro tempo”; “Gesuiti in Albania, apostolato, cultura, martirio”.
    Questi alcuni titoli della vasta bibliografia che parla del Servo di Dio il gesuita padre Giovanni Fausti, il quale nacque a Brozzo in Val Trompia (Brescia) il 9 ottobre 1899, primo dei dodici figli di Antonio Fausti e Maria Sigolini, genitori religiosi e inclini alla carità.
    Fanciullo felice e sereno, maturò la vocazione sacerdotale e a 10 anni entrò nel Seminario di Brescia, che lasciò verso i 18 anni perché fu chiamato alle armi nel 1917.
    Suo compagno di studi a Brescia fu Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI; nel 1920 dopo aver seguito un corso all’Accademia Militare di Modena, fu mandato in servizio a Roma dove frequentò la Facoltà di Lettere presso l’Università.
    Congedato nello stesso 1920 come sottotenente di artiglieria, riprese gli studi interrotti nel Seminario Lombardo di Roma.
    Giovanni Fausti fu ordinato sacerdote il 9 luglio 1922, laureandosi in teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in filosofia all’Accademia S. Tommaso e nel 1923 era già professore di filosofia nel Seminario di Brescia; il 30 ottobre 1924 con il permesso del suo vescovo entrò nella Compagnia di Gesù a Gorizia.
    Dal 1929 al 1932 fu inviato in Albania come professore di filosofia presso il Pontificio Seminario di Scutari, affidato ai Gesuiti; imparò celermente la difficile lingua albanese, compiendo studi approfonditi sull’Islam per poter avviare un serio e concreto dialogo fra islamici e cristiani.
    Negli anni dal 1931 al 1933 scrisse una serie di articoli su questo tema, nella prestigiosa “La Civiltà Cattolica”, che furono poi raccolti e pubblicati nel vol. “L’Islam nella luce del pensiero cattolico”; sempre in quest’ottica fondò la Lega “Amici Oriente Islamico”, diffusa in Italia e all’estero.
    Nel 1932 fu richiamato in Italia a Mantova, come professore di filosofia e ‘ministro’ responsabile di quella Comunità gesuitica; qui si manifestarono i sintomi della tubercolosi, malattia di cui era già stato affetto in forma leggera quand’era in Albania.
    Pertanto dall’agosto 1933 e fino al 1936 dovette sottoporsi a cure lunghe e specifiche, prima in Alto Adige e poi a Davos in Svizzera.
    All’inizio del 1936 riprese l’insegnamento, questa volta alla Facoltà “Aloisianum” di Gallarate (Varese) e qui il 2 febbraio 1936 emise la professione solenne nell’Ordine; a Gallarate rimase sei anni fino al 1942, dimostrando eminenti doti pedagogiche e intellettuali, scrivendo anche il testo del vol. “Teoria dell’astrazione” pubblicato postumo nel 1947.
    I Superiori della Compagnia di Gesù, coscienti delle sue doti e virtù, nel luglio 1942 decisero di affidargli un compito delicato e molto arduo, quello di Rettore del Pontificio Seminario di Scutari in Albania e dell’annesso Collegio Saveriano.
    Dopo un anno, nel 1943, trasferì i suoi incarichi ad un gesuita albanese, spostandosi poi a Tirana dove fu impegnato a difendere ed assistere gli italiani e gli albanesi, sia cristiani che musulmani, coinvolti nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale.
    Venne pure ferito da una pallottola tedesca che colpì l’apice del polmone sano, rompendogli la clavicola; ma la situazione peggiorò ancora quando alla fine del 1944 i tedeschi si ritirarono e i partigiani comunisti, comandati da Enver Hoxha (1908-1983), conquistarono il potere e spinti dai bolscevichi rossi, effettuarono ogni sorta di soprusi nei confronti dei cattolici ed in particolare dei Gesuiti, giungendo ad una vera e propria persecuzione.
    Fidando sulla sua prudenza, i Superiori della Compagnia, nel maggio 1945, lo promossero Viceprovinciale dei Gesuiti in Albania, in un momento purtroppo tragico per la Nazione ed era prevedibile che prima o poi sarebbe stato perseguito.
    Infatti fu arrestato il 31 dicembre 1945 insieme al Rettore del Pontificio Seminario di Scutari padre Daniel Dajani; insieme ad altri furono sottoposti a processo con l’accusa non provata di essere politicanti traditori della nazione, asserviti agli occidentali e spie del Vaticano e il 22 febbraio 1946, insieme ad un altro sacerdote e due seminaristi, furono tutti condannati a morte.
    La sentenza mediante fucilazione fu eseguita all’alba del 4 marzo 1946, dietro al cimitero di Scutari, mentre gridavano “Viva Cristo Re! Viva l’Albania”.
    Nonostante che la notizia del loro martirio si diffondesse celermente in tutto il mondo cattolico, suscitando dolore e stupore, solo dopo il crollo del regime comunista in Albania negli anni Novanta, il cui governo aveva dichiarato di essere lo “Stato più ateo del mondo”, si è potuto avviare l’inchiesta diocesana sul loro martirio.
    Il 10 novembre 2002 nella cattedrale di Scutari, si è aperto il processo diocesano per 40 martiri, testimoni della fede uccisi quasi tutti durante la persecuzione comunista, fra i quali tre gesuiti, padre Giovanni Fausti, padre Daniel Dajani e fratel Gjon Pantalia.

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