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Discussione: La persecuzione nei Paesi dell'Est e i Martiri dei regimi comunisti

  1. #11
    Fr. Gjon Pantalia s.j.
    Martire di Cristo in Albania
    (2 giugno 1887 – 31 ottobre 1947)


    Una rarissima foto di Fr.Gjon Pantalia
    (a destra), con il sacerdote diocesano
    Mark Gjani, anch'esso martire albanese.

    Fratel Gjon Pantalia era un albanese del Kosovo. Era nato a Prizzen il 2 giugno 1887. Era cugino, da parte della madre, di Madre Teresa di Calcutta. Di famiglia modesta, prima di entrare nella Compagnia di Gesù lavorava come fattorino nel bazar della sua città natale.

    Dopo aver fatto il Noviziato a Soresina, in Italia, i Superiori volevano che intraprendesse gli studi per essere sacerdote, ma la sua umiltà lo spinse a restare semplice Fratello coadiutore.

    Fr.Pantalia, durante gli anni della seconda guerra mondiale, era conosciuto da tutta l’élite cattolica albanese. Era in effetti l’uomo chiave del Collegio dei Gesuiti di Scutari, dedicato a S.Francesco Saverio. Collegio che è stato vivaio di futuri insegnanti, avvocati, uomini politici e sacerdoti.

    Era l’animatore di tutte le attività sociali e culturali del Collegio. Era contemporaneamente professore, consigliere pedagogico, animatore teatrale, direttore del coro e dell’orchestra, compositore, scrittore e direttore spirituale.


    L'antica chiesa di S.Chiara ad Arameras, che P.Santucci sta ricostruendo, è come un simbolo della Chiesa che rinasce in Albania, dopo la persecuzione comunista.

    L'antica chiesa di S.Chiara ad Arameras, che P.Santucci sta ricostruendo, è come un simbolo della Chiesa che rinasce in Albania, dopo la persecuzione comunista.

    Malgrado - o proprio perché aveva tutte queste incombenze - Fr.Gjon Pantalia riuscì a salvare molti suoi alunni sia quando erano ricercati dalle autorità italiane che occuparono l’Albania, sia dopo da quelle tedesche.

    Tra questi alunni da lui messi in salvo, alcuni dopo la guerra ricoprirono incarichi tra le fila comuniste, e protessero questo coraggioso Fratello durante la prima ondata della persecuzione religiosa, che prese di mira anche i gesuiti nel 1945.

    Fr.Pantalia, nonostante fosse strettamente sorvegliato, si adoperò per mettere al sicuro gli oggetti di valore del Collegio e per trovare avvocati che accettassero di difendere i sacerdoti arrestati. Soprattutto si sforzava affinché le attività scolastiche proseguissero nel miglio modo possibile, cosa che faceva notevolmente indispettire il nuovo regime comunista.

    Dopo l’arresto dei Padri Fausti e Dajani, Fr.Gjon Pantalia, pur essendo un semplice Fratello coadiutore, appariva agli occhi di tutti – e anche del regime – come il responsabile morale della Compagnia di Gesù. I suoi ragionamenti, la sua influenza sui giovani, la sua straordinaria umiltà, ne facevano agli occhi della dittatura comunista un ostacolo da abbattere.

    Per non suscitare reazioni venne arrestato discretamente, nel settembre (o nell’ottobre secondo altri) del 1946. Fu selvaggiamente torturato: bastonate, corrente elettrica, schegge di legno nelle unghie ecc…

    Fu quindi portato nel convento francescano di Gjudahol, che era stato trasformato in prigione. Malato, ridotto in pessime condizioni per i maltrattamenti subiti, venne rinchiuso in una cella accanto alla chiesa.

    Nonostante le sue precarie condizioni Fr.Pantalia tentò di evadere, senonché, spossato com’era per le torture subite, cadde nel tentativo di fuggire da una finestra e si spezzò le gambe. Morì, per mancanza di cure, tra atroci sofferenze, il 31 ottobre 1947.

    Alla fine del 2002 è stato aperto il processo canonico per i Martiri Albanesi, vittime della persecuzione religiosa in Albania durante gli anni della dittatura comunista (1943-1989). Riguarda sette vescovi, molti sacerdoti diocesani, tre gesuiti, tredici francescani, un seminarista. Oltre al Fr.Gjon Pantalia, gli altri gesuiti martiri sono i Padri Giovanni Fausti e Daniel Dajani.

    Voglia il Signore portare presto tutti questi uomini generosi, che hanno testimoniato la loro fede in Cristo fino all’effusione del sangue, alla gloria della Beatificazione. E che il Fr.Pantalia susciti in tanti giovani il desiderio di servire come lui il Signore, imitandolo nella vita religiosa nella Compagnia di Gesù.

  2. #12
    Padre Daniel Dajani


    La sua vita fu strettamente intrecciata, specie nella fine, a quella di padre Giovanni Fausti; Daniel Dajani nacque il 2 dicembre 1906 a Blinisht (Zadrima, Albania) e studiò nel Seminario Pontificio di Scutari, diretto dai padri della Compagnia di Gesù.
    A 20 anni, l’8 luglio 1926, entrò nel Noviziato dei Gesuiti a Gorizia, poi studiò filosofia dal 1931 al 1933 a Chieri (Torino); insegnò nel Seminario di Scutari nel 1934-1935 per ritornare a Chieri nel 1937-1939 a studiare teologia.
    E a Chieri fu ordinato sacerdote il 15 luglio 1938, di nuovo nel 1940 tornò nel Seminario di Scutari come professore e impegnato nell’attività pastorale della ‘Missione volante’.
    Il 2 febbraio 1942 fece la sua professione religiosa, proseguì per tre sconvolgenti anni a fare l’insegnante in Albania, scossa dalla Seconda Guerra Mondiale e occupata dai tedeschi; quando le truppe di Hitler si ritirarono alla fine del 1944, subentrarono al potere i partigiani comunisti comandati da Enver Hoxha (1908-1985), che influenzati dai bolscevichi russi, presero a mettere in atto una campagna di discredito e soprusi nei confronti dei cattolici ed in particolare dei Gesuiti.
    Pertanto quando padre Daniel Dajani fu nominato Rettore del Seminario Pontificio nel settembre 1945, non poteva esserci un periodo peggiore, perché ormai era in atto una vera e propria persecuzione contro i cattolici e gli ecclesiastici.
    Infatti il 31 dicembre 1945 fu arrestato insieme a padre Giovanni Fausti, da otto mesi Vice Provinciale dei Gesuiti in Albania e insieme ad altri furono sottoposti ad un processo farsa, con l’accusa non provata da testimonianze, di essere politicanti traditori della nazione, asserviti agli occidentali e spie del Vaticano; pertanto il 22 febbraio 1946, i due gesuiti insieme ad un altro sacerdote e due seminaristi vennero condannati a morte.
    Furono fucilati all’alba del 4 marzo 1946 dietro al cimitero cattolico di Scutari, gridando “Viva Cristo Re!”. Il loro martirio fu conosciuto da subito in tutto il Paese e in Europa, ma solo dopo il crollo del regime comunista in Albania, che ne aveva fatto lo Stato più ateo al mondo, si poté avviare l’inchiesta diocesana sul loro martirio.

    Il 10 novembre 2002 nella cattedrale di Scutari, si è aperto il processo diocesano per 40 martiri, testimoni della fede, uccisi quasi tutti durante la persecuzione comunista fra cui padre Daniel Dajani gesuita, figlio della terra d’Albania.

  3. #13
    La persecuzione della Chiesa cattolica in Albania dal 1944 al 1990

    Il Simposio internazionale svoltosi a Tirana su "Il Cristianesimo nei secoli"

    "La persecuzione della Chiesa cattolica in Albania dal 1944 al 1990" è il tema dell'intervento di Monsignor Zef Simoni , Vescovo Ausiliare di Scutari, al Simposio Internazionale "Il Cristianesimo nei secoli", svoltosi a Tirana dal 16 al 19 novembre dello scorso anno. Riproponiamo qui di seguito il testo.

    Il 16 agosto del 1944, per la festa di s. Rocco che si svolge a Shiroka, un villaggio sulle sponde del lago di Scutari, durante la processione, Don Ndre Zadeja rivolse questo breve discorso al popolo e alla gioventù: "Due parole devo dire oggi a voi, specialmente a voi, o giovani; una nuvola nera, portatrice di una ideologia rossa sta per piombare sulle vostre teste. La sua intenzione è quella di scaricarsi su di voi. Allora non potrete fare niente contro di essa, solo sopportarla con tutti i suoi mali, e tra questi la negazione di Dio".
    Don Ndre Zadeja, sacerdote ardente e valoroso, pronunciò queste parole tre mesi prima che in Albania facesse il suo ingresso il comunismo e circa sette mesi prima di essere fucilato, primo tra i sacerdoti di Scutari, dietro il muro del cimitero cattolico, domenica 25 marzo 1945. Questo fatto fece tremare tutta Scutari, le montagne e l'intera Albania.

    L'inizio della grande persecuzione
    Iniziò così la grande persecuzione, una persecuzione unica nella storia della nostra patria albanese. Tra le prime cose che il governo comunista fece contro la Chiesa fu, nel 1945, il rifiuto d'ingresso al Nunzio Apostolico, Mons. Leone G.B. Nigris, di ritorno da Roma dove aveva incontrato il Papa. Mons. Gasper Thaçi e Mons. Vinçenc Prennushi furono chiamati da Enver Hoxha per cercare una collaborazione a condizione che si staccassero dalla Santa Sede. Tutti e due rifiutarono coraggiosamente la proposta. Dopo la morte di Mons. Gasper Thaçi, Enver Hoxha fece un altro tentativo rinnovando la proposta a Mons. Frano Gjini. Il rifiuto di Mons. Gjini fu netto: "Io non separerò mai il mio gregge dalla Santa Sede".
    Il primo sacerdote fucilato in Albania fu, nell'anno 1945, don Lazer Shantoja. Prima dell'esecuzione fu sottoposto a terribili torture durante le quali gli furono spezzati piedi e mani. Il 21 giugno, giorno di s. Luigi, dopo una predica tenuta in chiesa, P. Giacomo Gardini S.J, innalzando l'immagine del Santo, in presenza di alcuni agenti della Sigurimi, fu arrestato e condannato. Nello stesso giorno fu arrestato anche P. Gjergj Vata S.J.
    Il 31 dicembre 1945 la polizia scoprì l'organizzazione nazionalista "Bashkimi Shqiptar" composta da cattolici e musulmani e fondata nel Seminario Pontificio Albanese. Per zelo patriottico, alcuni seminaristi, all'insaputa dei superiori, stamparono alcuni scritti. Il fatto causò l'arresto e la fucilazione di P. Giovanni Fausti S.J., italiano, e di P. Daniel Dajani S.J. Al gruppo fu unito anche l'intellettuale albanese P. Gjon Shllaku O.F.M., accusato ingiustamente di avere fondato il partito Democristiano.
    Il 18 marzo il Fronte, il Partito, il Sigurimi chiamarono tutti i sacerdoti ad uno ad uno e chiesero che rinunciassero al sacerdozio. Nessuno accettò. Al pomeriggio tutti furono allontanati dal convento.
    Monsignor Ernest Çoba, con un piccolo taxi, si rifugiò nella casa della sorella e dei nipoti. Una grande folla lo accompagnava con le lacrime agli occhi sconvolta da questi avvenimenti. Il 19 marzo, giorno di San Giuseppe e la successiva domenica delle Palme non si sentì nessun suono di campana e non si trovò nessuna porta di chiesa aperta in città.

    La distruzione delle chiese
    Nei giorni seguenti in tutta Albania vennero abbattuti campanili e chiese. Molte chiese furono trasformate in sale di cultura, palestre, tribunali, magazzini e stalle di bestiame e maiali. Se alcune non furono distrutte subirono profanazioni anche peggiori.

    L'ultimo grido dei condannati a morte: "Viva Cristo, perdoniamo..."
    Con loro fu fucilato, il 4 marzo 1946, in una giornata bagnata da pioggia e lacrime, anche l'organizzatore principale, il seminarista Mark Çuni. Nei dossier del Ministero degli Interni, sono riportate le parole pronunciate dal giovane nei momenti precedenti alla fucilazione: "Viva Cristo Re e perdoniamo i nostri nemici".
    La sommossa anticomunista di Postriba, il 9 settembre 1946, offrì il pretesto per l'incarcerazione di un gran numero di sacerdoti che in realtà non avevano avuto alcuna parte. Fu arrestato Mons. Frano Gjini, Mons. Gjergj Volaj, Mons. Nikollë Deda, Don Tomë Laca. I tre Monsignori furono fucilati. Anche il Provinciale dei Frati Minori, Padre Mati Prennushi O.F.M., e il Guardiano del Convento di Shkoder Padre Ciprian Nika O.F.M., accusati falsamente di aver nascosto armi dentro l'altare di Sant'Antonio nella chiesa di san Francesco-Gjuhadol, dopo un processo-farsa, morirono martiri davanti al plotone di esecuzione. Il Convento dei francescani di Gjuhadol fu trasformato in luogo di sanguinosi interrogatori e in prigione, dove furono reclusi fino a 700 prigionieri.
    Molti altri sacerdoti e religiosi furono arrestati, torturati, condannati e imprigionati. Padre Serafin Koda O.F.M. spirò con la trachea strappata. Papas Pandit, prete cattolico di rito bizantino di Korça, fu decapitato e la testa fu lasciata in mostra sul petto, e Papas Josif, anche lui prete di rito orientale di Elbasan, fu sepolto vivo nel campo di lavoro della palude di Maliq. A dom Mark Gjini, torturandolo, fu chiesto di rinnegare Cristo. Al contrario le sue ultime parole in mezzo alle sofferenze furono: "Viva Cristo Re!". Morì legato in modo da soffocare e il suo corpo fu gettato ai cani; i resti poi furono buttati nel fiume. In tal modo si erano comportati i turchi con le ossa di Gjergj Kastrioti e con il Vescovo Mons. Pjetër Bogdani. In questo modo ancora agirono più tardi i comunisti, tirando fuori dalla tomba le ossa di Mons. Jak Serreqit, Mons. Lazër Mjeda, Mons. Gaspër Thaçit, Mons. Ernest Cozzit, Mons. Bernardin Shllakut O.F.M. e P. Gjergj Fishta O.F.M., e insieme con lui, senza saperlo, le ossa dell'eroe nazionale Dedë Gjon Luli, che i francescani avevano custodito nel loro sepolcro in attesa di innalzare per loro un monumento.

    Torture inumane alle persone consacrate
    Suor Maria Tuci, consacrata al Signore, fu arrestata e sottoposta a torture inumane, nelle quali serbò eroicamente fede e onore. Morì all'ospedale di Scutari poco dopo gli interrogatori. Padre Frano Kiri O.F.M. soffrì per tre giorni e tre notti, legato con un cadavere in decomposizione. Padre Gjon Karma S.J. fu messo vivo in una cassa da morto; gli posero sopra anche il coperchio. Nell'anno 1946 si chiusero tutte le scuole private di Albania, comprese naturalmente quelle tenute dai religiosi. Le tipografie del clero, come quelle dei gesuiti e dei francescani, furono sequestrate e non fu più permesso di stampare nessun libro e rivista. Furono sequestrati anche tutti gli oggetti dei musei dei gesuiti e dei francescani, le collezioni di tutte le loro biblioteche, come quella dei gesuiti con circa 40.000 volumi. Furono soppresse anche le associazioni religiose pur senza fini politici.
    Con la morte dell'Arcivescovo di Scutari Mons. Gasper Thaçit, avvenuta il 26 maggio del 1946, dopo una grave malattia e dopo un duro interrogatorio, cominciarono a mancare i sacerdoti. "La gente andava a Messa, entrava e usciva in silenzio. C'era paura. Era spaventosa la situazione, la strada, l'aurora, le ore della notte, la sveglia, il buio nero".
    Dopo la rottura dei rapporti con la Jugoslavia di Tito, inizia un'altra fase. Lo Stato chiedeva che si regolassero i rapporti con tutte le istituzioni religiose e principalmente con la Chiesa Cattolica mediante uno Statuto. Così si arrivò a uno statuto che in realtà non rappresentava uno scisma.
    Durante la dittatura comunista non c'erano organi di stampa libera. Si stampava solo il calendario religioso a Tirana, nella tipografia statale "Mihal Duri". Il Seminario era aperto, però la sua attività era strettamente controllata dagli sbirri della Sigurimi.

    Una Chiesa in catene
    La Chiesa era nella prova e in catene. Poco dopo la consacrazione della chiesa Cattedrale il 19 aprile 1958, centenario dell'inizio dei lavori, nel mese di novembre cominciò un terribile processo che si tenne nel "Cinema Republica", contro il sacerdote innocente Dom Ejll Kovaçit. Nel mese di aprile dell'anno 1959 venne fucilato il parroco di Bregu i Bunës, l'ardente Dom Malaj, mentre Padre Konrad Gjolaj O.F.M. fu condannato a 25 anni di prigione. La lotta di classe era al culmine.
    Intorno al 1960 l'Albania interruppe i rapporti con l'Unione Sovietica e si rivolse alla Cina di Mao. Cominciò segretamente uno stretto controllo sulla gente che andava in Chiesa, soprattutto sugli insegnanti, sugli impiegati e sui giovani. Particolarmente nelle scuole si faceva una forte propaganda ateista. Nei giornali e nei libri si scrivevano solo cose odiose, fanatiche, false, piene di calunnie e di offese senza che qualcuno potesse dare risposta. Mancava del tutto la libertà di parola. C'era solo la libertà di parlare e di scrivere cose cattive e coloro che lo facevano ricevevano gradi e titoli accademici.
    Con astuzia iniziò anche il sequestro delle chiese, a cominciare da quella dei Gesuiti e delle suore Stimmatine a Scutari. La Vigilia di Pentecoste di quest'anno, il Capo del Comitato, Bilal Parruca, avvertì il Monsignore che le cresime si dovevano amministrare nella chiesa e non di nascosto nell'Arcivescovato perché "Non ce n'è bisogno - disse - la religione è libera". Lo scopo, in realtà, era quello di venire a conoscenza di chi prendeva parte alle cresime. Per portare a compimento questo progetto erano stati organizzati diversi gruppi di controllo per i cresimandi.

    L'inganno nel giorno di Pentecoste
    Il giorno di Pentecoste poi alcuni gruppi organizzati dal governo individuavano i bambini vestiti verosimilmente meglio degli altri, perché protagonisti della celebrazione e cercavano di trattenerli per il braccio. Questi, però, riuscivano a scappare. Era una manovra comunista eseguita con perfide modalità orientali. Il comunismo, infatti, ha avvicinato e rivestito di potere, generalmente, i musulmani.
    I fatti si succedevano sempre più gravi. Si vedevano chiaramente i primi segni dei nuovi avvenimenti. Il 6 febbraio del 1967, a Tirana in una riunione di alcune organizzazioni del Partito, Enver Hoxha dava il grande segnale della "rivoluzione culturale", cioè di una guerra feroce "contro le tradizioni antiquate e i pregiudizi religiosi". Questa scintilla accesa "contro le tradizioni antiquate e i pregiudizi religiosi" fu sufficiente per divenire un grande incendio il giorno 7 febbraio: cominciavano a girare i "manifesti di critica" che assomigliavano ai tazebao cinesi. Questa fiamma divorante arse per tanti e tanti anni come un inferno terrestre in Albania.
    La città di Durrës vide gruppi di giovani accecati distruggere il Santuario ortodosso di san Biagio. Si stabilì a Scutari un comando generale per l'intera Albania sotto il comando di Ramiz Alia.
    Il 15 febbraio 1967, alle ore 10, su tutte le porte delle chiese e delle moschee e nei luoghi della città dove si dovevano svolgere le dimostrazioni comparvero i "manifesti di critica", invenzione cinese. Qualche chiesa però riuscì a restare ancora aperta. La chiesa del villaggio di Gurez, per esempio, il cui parroco don Anton Doçi morì in carcere, fu una delle ultime ad essere chiuse, perché il popolo ne aveva preso le chiavi e non le consegnava al "Fronte della gioventù".
    Quando gli aderenti all'organizzazione tentarono di forzare la porta della chiesa, la gente del paese, e specialmente le donne, usciva con i badili in mano per impedirlo.
    La chiesa del Cuore di Gesù di Tirana, con Mons. Ndoc Sahatçia, fu chiusa il 26 giugno 1967. E questo fu l'ultimo giorno della chiusura ufficiale delle chiese in Albania.
    Il Venerdì Santo, 24 marzo dell'anno 1967, nei quartieri cattolici di Scutari entrarono nelle case alcuni gruppi dell'organizzazione dei "Pionieri", per controllare la situazione e la pulizia. Tuttavia lo scopo principale era quello di riferire al centro in quali case si stavano preparando dolci o si coloravano le uova, oppure dove si trovavano rosari, croci e immagini sacre.
    Questa azione esecranda si proponeva anche di spingere i bambini all'odiosa abitudine della denuncia e dello spionaggio. Presto ricominciarono gli arresti dei sacerdoti seguiti da processi sommari costruiti per condannare gli innocenti.
    Il 7 aprile, alle 5 del pomeriggio, nell'Istituto Pedagogico "Luigi Gurakuqi" si tenne il processo contro Dom Mark Hasi. Un grande terrore regnava ovunque. Il popolo sentiva intensamente questa oppressione. Molti fedeli, vedendo molto spesso sacerdoti, lavoratori, personalità del mondo del lavoro e della cultura sul banco degli imputati, si sentivano calpestati nella loro dignità. Un anno più tardi doveva comparire in giudizio Dom Mark Hasi insieme a Don Frano Illia, Don Zef Bicin, Don Mark Dushin e Padre Gegë Lumaj O.F.M. Don Zef Bici e Don Mark Dushi finirono condannati a morte. Il giorno 29 aprile dell'anno 1967 venne arrestato, nell'Istituto Pedagogico "Luigi Gurakuqi" di Scutari Padre Pjetër Meshkalla S.J. Dopo la riunione le forze della Sigurimi picchiarono furiosamente l'ancora energico 67enne gesuita con i pugni, i calci e canne di fucili. Nel 1968 fu arrestato e fucilato Don Marin Shkurti.
    Il sacerdote Don Shtjefën Kurti fu arrestato e fucilato nell'anno 1971 a causa di false accuse di vari crimini, solo perché aveva battezzato un bambino. Il giorno 11 giugno, a Scutari, nella chiesa Cattedrale, divenuto ormai palazzo dello sport, si svolse il "Congresso della Donna". In questa chiesa storica, che fu il centro della vita religiosa cattolica, risuonò la parola terribile delle guide comuniste come Enver Hoxha e Mehmet Shehu e di altri relatori che parlavano contro la religione cattolica, accompagnati dagli applausi delle donne che con tanto entusiasmo animavano il loro sciagurato congresso. Quando venne il grande terremoto del 15 aprile 1979, Enver Hoxha, in occasione della ricostruzione delle case del quartiere scutarino di Bahçallek, tenne un discorso, inveendo contro la Madonna Immacolata, violentando così i sentimenti più profondi dei cristiani.

    Il comunismo ha calpestato la dignità umana
    La dittatura comunista in sintesi, ha calpestato i diritti umani e la dignità dell'uomo. Ha organizzato una grande lotta contro la religione, tutte le religioni, il clero e tutti i suoi fedeli allo scopo di annientarli. La lotta furiosa era contro il clero e gli elementi ad esso fedeli, per il solo fatto di essere cattolici. Dunque una lotta non solo di ispirazione diabolica, ma combattuta direttamente dal diavolo. Del resto il clero e i cattolici erano rimasti vivaci anche dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi, perché erano portatori di cultura occidentale, della civilizzazione europea, atlantica e della cultura cristiana in tutto il mondo. Era in gioco la scomparsa del cattolicesimo, la sua esistenza e la sua realtà storica e morale. Il culmine arriverà nel 1976 quando l'Albania si proclamerà nella Costituzione stato ateo e si proibirà per legge qualsiasi azione religiosa.
    Il giorno 3 aprile 1976 venne arrestato Mons. Ernest Çoba. In giudizio insieme al Monsignore compariranno alcuni sacerdoti: Don Lec Sahatqia, Don Kolec Toni e Don Zef Simoni. Un mese dopo venne arrestato anche Don Gjergj Simoni, perché dopo un controllo fatto nella sua casa furono trovati vasi sacri, libri dalla biblioteca dell'arcivescovado e suoi scritti personali. Il processo contro il vescovo finirà il 29 aprile 1977. Il 10 gennaio 1980 morirà nell'infermeria della prigione, dopo una misteriosa iniezione. Nello stesso modo, Don Mikel Koliqi, parroco di Scutari, fu incarcerato e poi confinato per un totale di 36 anni. 26 anni toccarono a Don Simon Jubani mentre suo fratello Don Lazri fu avvelenato con dei pomodori sul luogo di lavoro. Don Nikollë Mazreku scontò 12 anni di confine e 25 anni di prigione, P. Zef Pllumi, O.F.M. altri 25 anni. Fino al 4 novembre 1990 anche sotto Ramiz Alia non mancheranno le forme subdole della dittatura comunista contro le diverse religioni e specialmente quella cattolica.
    La guerra contro il cristianesimo è antica: risale al dominio romano nei primi tre secoli, arricchiti da molti martiri famosi, all'invasione della nostra patria da parte dei turchi. Anche in quell'epoca si videro distruzioni di chiese e trasformazione in moschee, uccisioni di sacerdoti, di vescovi, oppressione fiscale dei cristiani, odiati e discriminati, e divenuti schiavi nel loro paese. Questo, però, non impedì loro di compiere ogni sforzo per poter restituire alla libertà la loro patria schiavizzata e arretrata.

    Il ritorno della libertà religiosa
    Il 4 novembre 1990 riaprì l'epoca della libertà religiosa cattolica e così ritornarono anche per noi cattolici giorni veramente belli. Oggi la nazione e la società albanese hanno gli occhi e la mente rivolti a occidente. La Chiesa Cattolica oggi in Albania va per la sua strada, progredendo senza ostacoli. La Chiesa cattolica non è solo gerarchia, chiese, scuole, stampa e tante altre cose importanti, ma è fatta soprattutto di popolo. I fedeli cattolici sono un elemento della nazione, ricco di valore e di storia.
    Per la verità, anche oggi, e perché no mai più di oggi, l'elemento cattolico in rapporto agli altri non ha un giusto peso. Possiamo dire che è sottovalutato e discriminato. Quasi nessun cattolico ha delle funzioni pubbliche, non si danno ai cattolici posti di responsabilità nell'organizzazione statale. Una delle cause certo è che per 50 anni di comunismo sono state loro vietate le università per escluderli dai livelli più alti della società. Le conseguenze degli sbagli maggiori e delle più grandi colpe degli albanesi, le conseguenze e le sofferenze continue non le deve subire sempre l'elemento cattolico.
    Sono ormai 10 anni che siamo in democrazia e nessun tentativo serio è stato fatto per dare aiuto a questa componente così importante della società: né con le scuole, né con il lavoro.
    Non c'è libertà senza giustizia, e l'Albania ha molto cammino da fare, noi vogliamo il rispetto della dignità umana, senza il quale non si va positivamente in Europa. La patria, ormai liberata, darà al cristianesimo, che è stato perseguitato per secoli e che ha contribuito energicamente al progresso della nazione albanese, il ruolo che gli spetta.
    Il cristianesimo ha subìto persecuzioni sanguinose per tanti secoli, ma la Chiesa e il cristianesimo hanno la loro vittoria nel perdono, nell'amore e nella resurrezione. Il migliore esempio è la persona di Gesù Cristo, che visse amando l'umanità, morì sulla croce perdonando e fu risuscitato vincendo la morte. Noi non solo perdoneremo sempre i nostri nemici, ma per di più li ameremo. Questo sembrerà strano e impossibile, ma per capire bisogna conoscere l'essenza del cristianesimo, perché in questo consiste la forza morale, perfetta. Si arriva al culmine della vita civile, lì dove inizia e si elabora la vera libertà, perché come dice anche s. Paolo: "Dove è lo spirito di Dio, lì è la libertà".
    Perdono e amore sono in sintesi la testimonianza dei veri martiri del Cristianesimo albanese, che presto saranno beatificati. In questo modo la nuova epoca che inizierà con il terzo millennio sarà nutrita con gli ideali di fraternità, amore e rispetto della dignità umana.

    Osservatore Romano

  4. #14
    Martirio albanese


    Per la prima volta uno studio ricostruisce le agghiaccianti persecuzioni contro la Chiesa cattolica nell'Albania comunista. I documenti parlano di centoventi credenti vittime di un regime che voleva cancellare la fede del suo popolo. Ma gli archivi devono ancora essere aperti


    Il suo vero nome è Shqiperi «il paese delle aquile». Ma l'Albania nel corso del Novecento ha conosciuto ben altri rapaci. Gli artigli che hanno dilaniato la popolazione albanese sono stati quelli dei comunisti al potere dal 1944 al 1991. Enver Hoxha, dittatore marxista, è riuscito a fare del piccolo stato albanese uno scolaro modello dei più ferrei precetti comunisti. La repressione è stata esercitata con una ferocia che non ha nulla da invidiare ad altri regimi rossi. Grazie anche ai servizi segreti della «Sigurimi», il Kgb nazionale, nel periodo comunista circa un albanese su tre è stato o vittima, o carnefice al servizio del Partito. Tuttavia la furia di Hoxha e compagni si è scatenata con inaudita brutalità contro i credenti, in particolare contro i cattolici. Esce oggi in libreria un volume il cui titolo parla da solo: «Hanno voluto uccidere Dio. La persecuzione contro la Chiesa cattolica in Albania (1944-1991)» (Avagliano, pagine 268, euro 15). L'autore, Didier Rance, ha recuperato il profilo di più di centoventi martiri della fede. Hoxha s'impadronì del potere nel 1944. E i suoi bersagli preferiti diventarono subito il clero e i fedeli. Tutti i luoghi di culto furono presi d'assalto, profanati, bruciati o trasformati in depositi o magazzini. Vescovi e preti furono arrestati, malmenati in pubblico, inviati nei campi di lavoro. Le suore furono obbligate ad abbandonare l'abito: quelle che rifiutavano venivano gettate nei campi o inviate nude nelle strade della città dopo esser state torturate. I processi farsa a cui furono sottoposti i credenti venivano diffusi via radio e riassunti in uno speciale la domenica mattina all'ora della Messa. Il titolo della trasmissione era: «l'Ora gioiosa». E il sadismo continuava anche dopo la morte. I cadaveri dei suppliziati venivano gettati in fosse comuni e sotterrati in posti diversi per l'assurda paura di Hoxha e della sua cerchia di vederli «rinascere e uscire dalla loro tomba». Il risultato finale è stato un vero sterminio della fede, per cui già nel 1967 il regime poteva vantarsi sul giornale ufficiale di essere «il primo stato ateo del pianeta». Ed Enver Hoxha, dopo aver incassato le congratulazioni di Stalin, dichiarava con fermezza: «Il nostro partito ha prima piegato il braccio della chiesa cattolica e, adesso, gli abbiamo tagliato la testa».

    Ma le persecuzioni sarebbero andate avanti ancora per molti anni. Non fu certo facile soffocare il credo religioso di una terra che pare sia stata evangelizzata dallo stesso Paolo di Tarso e cristianizzata per secoli da francescani e gesuiti. «Ogni fascista portatore di un vestito clericale deve essere ucciso con una palla nella testa e senza processo». Era questo uno dei motti del regime. Ma illuminante è la testimonianza di uno dei cardinali più perseguitati, Mikel Koliqi (morto nel 1979): «Il regime voleva costruire un "Uomo nuovo", spoglio di tutte le sue radici. Ma la fede cattolica conferisce all'uomo una dignità che gli impedisce di tacitare la sua coscienza. Il cattolicesimo regolava così la vita della nazione. I nostri più grandi poeti e scrittori erano cattolici. Avevamo eccellenti scuole frequentate anche dai musulmani. Il regime comunista ha voluto decapitare tutta la classe dirigente ed intellettuale del Paese. Per cinquant'anni, la nostra letteratura è stata cancellata dai libri e dalla nostra memoria».

    Dopo la morte di Hoxha nel 1985, l'incubo per l'Albania è terminato solo nel 1992. Oggi c'è il forte sospetto che tanta storia debba ancor esser scritta. Come denuncia l'autore: «C'è stata una volontà sistematica del regime comunista di far sparire le tracce dei suoi crimini. Gli archivi dello stato comunista albanese permetteranno un giorno di scrivere con precisione la persecuzione. I sopravvissuti sono pochi e anziani. La loro memoria, molto precisa nel raccontare i fatti, lo è talvolta meno nel datarli: la perdita del senso del tempo era un principio della repressione». Significativo l'esempio di padre Anton Luli, morto nel 1998, condannato all'isolamento per propaganda religiosa nel campo di lavoro di Shënkoll: aveva annotato le fasi della luna al fine di conservare la memoria delle feste liturgiche.

    Indicibili le torture per gli altri perseguitati citati nel testo. Per tutti vale il triste primato sottolineato da Giovanni Paolo II. «La storia non aveva ancora conosciuto ciò che accadde in Albania». Eppure l'allora Pontefice rimarcava l'eroico coraggio del piccolo gregge sopravvissuto, a prova che «fu vana la pretesa di sradicare Dio dai cuori degli uomini».

    Un Paese ora pronto a riprendere il volo, ma consapevole delle sue cicatrici. Scrisse Milovan Djilas, sostenitore del comunista jugoslavo Tito e poi oppositore: «Fra quarant'anni gli uomini si meraviglieranno delle realizzazioni grandiose compiute dal comunismo e si vergogneranno dei metodi usati per compierle». Alla fine, però, il comunismo lasciò anche in Albania solo vergogna. E un popolo di sopravvissuti in cerca di un gommone.


    * Avvenire *


  5. #15

    Dal sito: www.forumikatolik.net

    «VIVI SOLO PER RACCONTARE!»
    60 ANNI FA INIZIAVA IN ALBANIA LA LUNGA PASSIONE DELLA CHIESA CATTOLICA



    Ardian NDRECA

    «Vivi solo per raccontare» - è il titolo che il francescano albanese Zef Pllumi, ha voluto dare al libro di memorie pubblicato nel 1995. L’autore del libro venne arrestato dai comunisti albanesi nel dicembre del 1946, trascorrendo la maggior parte della sua vita, eccettuata una breve interruzione negli anni Sessanta, nelle prigioni comuniste. Infatti è uscito da queste solo nel 1989.
    Padre Zef, che ha oltrepassato gli ottant’anni, oggi, nel raccontare le sue vicissitudini è sereno e non rimpiange per niente l’aver trascorso la vita nelle prigioni del dittatore Enver Hoxha. “Noi, in prigione, racconta lui, eravamo più liberi di coloro che stavano fuori e che rischiavano ad ogni istante di perdere tutto e di finire accusati, torturati e poi condannati”.
    Alla fine del 1944 la Wehrmacht si ritirava dai Balcani e in Albania saliva al potere il regime di Enver Hoxha. Questo ex-studente della Facoltà di biologia dell’Università di Montpellier, per prima cosa pose in atto l’eliminazione fisica della vecchia classe dirigente, e così iniziarono le fucilazioni dei funzionari, che avevano lavorato per i regimi precedenti. Non furono risparmiati neppure i professori, il clero e i giornalisti – insomma, ci si sbarazzava di tutti coloro che potevano impedire l’attuazione dell’ideale comunista.
    Al Nord del paese, dove c’era una forte presenza cattolica, guidata attraverso una rete di scuole, parrocchie, missioni volanti, case religiose, riviste e bolletini parrocchiali, e con una gioventù inquadrata in diverse associazioni giovanili, si era mostrata da sempre una ostilità di fronte al comunismo. Infatti, le bande partigiane e dopo la «liberazione» le formazioni regolari dell’esercito comunista, erano penetrate con molte difficoltà nelle montagne, dove le forze nazionaliste prolungavano estenuate la loro resistenza fino agli anni ’50.
    Saranno i primi giorni del marzo del 1945 a segnare l’iniziò dell’attacco del potere comunista contro la Chiesa cattolica albanese. I primi due sacerdoti che caddero sotto le mitragliatrici dei partigiani furono lo scrittore Andrea Zadeja e il poeta Lazzaro Shantoja, su quest’ultimo gravò l’accusa assurda di essere stato presidente della Società Dante Alighieri in Albania e di aver aiutato così la fascistizzazione del paese! Testimoni occulari raccontano che le sue ultime ore trascorse nella prigione di Tirana furono molto penose. Le sue gambe tumefatte e ormai affette da cancrena in seguito alle percosse esalavano un tanfo insopportabile, per cui gli aguzzini lo avevano infilato in un sacco, che gli arrivava fino alla vita. Fu ucciso la mattina del 5 marzo 1945, alla periferia di Tirana, dopo essere stato gettato vivo in una fossa, poiché non era in grado di reggersi in piedi.
    Il 2 dicembre 1945 in Albania ci furono le prime elezione e l’unico partito presentato fu il Fronte Democratico Popolare. Chiaramente non ci furono osservatori stranieri, se si escludono i «missionari» titini e sovietici accreditati presso il regime di Tirana.
    La vittoria fu conseguita dai comunisti, che avevano ottenuto il 90% dei voti.
    Subito dopo questa farsa, che servì per la legittimazione agli occhi del mondo, il 7 dicembre iniziò una nuova ondata di arresti. I primi ad essere presi e torturati furono dei chierici, accusati di fare propaganda contro il regime per mezzo di volantinaggio. Subito dopo furono arrestati il francescano albanese Gjon Shllaku e i gesuiti Giovanni Fausti (italiano) e Danjel Dajani. L’accusa che gravò su di loro fu l’aver creato il Partito Democristiano albanese. Alla fine di gennaio 1946 gli accusati, scortati da un plotone di partigiani, attraversarono le strade di Scutari per giungere ad un tribunale improvvisato nella sala di un cinema. Lungo la strada frotte di ragazzi e di giovanni partigiani, per di più inquadrati nelle brigate, che provenivano dal Sud del paese, mentre sputavano e lanciavano improperi in direzione degli arrestati, cantavano il più amato canto partigiano del momento: «Vendetta gioventù, chiedono i caduti».
    Durante una delle sedute, il pubblico ministero chiese addirittura l’arresto del difensore dei sacerdoti, un giovane avvocato di fede musulmana che poco dopo venne ucciso con una raffica di mitra all’interno della sede della polizia. Il 22 febbraio 1946 il «tribunale del popolo» emmise la condanna per i sacerdoti e per altre cinque persone, il verdetto fu: morte mediante fucilazione. La condanna venne eseguita la mattina del 4 marzo 1946 sul greto del fiume Kiri, a pochi passi dal cimitero cattolico. Secondo le testimonianze del sacerdote che era stato chiamato a portare i conforti religiosi, i condannati morirono dopo aver perdonato i loro uccisori, gridando: «Viva Cristo Re. Viva l’Abania».
    “Il 14 novembre 1946 – ricorda il francescano Zef Pllumi - il mio convento di Scutari si svegliò circondato da forze militari comuniste, che rinchiusero tutti i frati nel refettorio. Nel frattempo decine di militari controllavano dapertutto. Il partigiano, che faceva la guardia a refettorio, e che si chiamava Sheme, ogni tanto, pensando di offendere qualcuno che parlava oppure si muoveva, gridava: «Cristo! Tu Cristo!». Alla fine gli chiesi: «Ma tu lo sai chi era Cristo?», e lui subito: «Certo, uno sporco fascista come voi”.
    Alla fine furono trovate delle armi sotto l’altare maggiore della chiesa e parecchi frati furono arrestati. Prima di portare via le armi con gli arrestati, si presentò improvvisamente una troupe di un cinegiornale jugoslavo, che filmò i francescani davanti alle armi e alle munizioni trovate in Chiesa.
    “La verità – continua l’autore del libro – si riseppe alcuni anni dopo, quando un membro del Partito comunista, nonché impiegato della famigerata Sigurimi fu arrestato per crimini contro il Partito. Dopo che era stato letto il verdetto, il giudice gli rimproverò di avere macchiato l’onore comunista. A quel punto l’imputato di scatto rispose davanti a tutti: «Ho macchiato me stesso per sempre quando con i miei compagni ho introdotto di nascosto le armi nella Chiesa dei francescani, per poi accusarli ingiustamente». Il processo venne annullato, poi un secondo collegio lo condanno a morte per aver svelato il segreto di Stato”.
    “Sono stato arrestato, racconta Pllumi, l’11 dicembre 1946. Allora in Scutari, una città con circa 60 mila abitanti, esistevano 16 prigioni improvvisate in case di privati, in conventi, chiese, scuole, mulini; a me toccò di andare nella prigione che si trovava nel centro della città. Durante gli interrogatori il capitano della Sigurimi mentre mi percuoteva, diceva che il clero cattolico era stato sempre oscurantista, che aveva bruciato vivi Galileo Galilei [sic] e Giordano Bruno, che aveva fatto le crociate e organizzato l’Inquisizione. Io alla fine risposi, che ero un figlio indegno di san Francesco d’Assisi, il quale aveva insegnato la pace e il bene e chiedeva di amare i propri nemici. A quel punto, il capitano s’infuriò ancora di più: «Amare i nemici, ecco con queste baggianate avete voluto ritardare la rivoluzione proletaria» - e giù le botte, che accompagnava sempre con il ritornello: «Ti farò uscire dalla bocca il latte che ti ha dato tua madre». Questa storia andò avanti per mesi interi”.
    Il 16 gennaio 1948 il giovane francescano padre Zef Pllumi insieme ad altri otto sacerdoti e un laico furono portati davanti al Tribunale speciale militare del distretto di Scutari. I quattordici capi d’accusa, formulati dal pubblico ministero affermavano che gli imputati, come tutti i membri della Chiesa cattolica, avevano causato molte guerre di religione, crociate, avevano preparato la Notte di San Bartolomeo, avevano bruciato vivi G. Galilei e G. Bruno, avevano collaborato con le potenze straniere ai danni del popolo albanese ed avevano combattuto il movimento comunista in Albania.
    “Quando il giudice mi chiese se avevo nulla da obbiettare all’accusa – racconta Pllumi - gli risposi che non ero assolutamente d’accordo, perché io ero nato nel 1924, mentre la maggior parte dei fatti enumerati dall’accusa sono accaduti molti secoli prima”.
    Gli imputati di questo processo, anche se provati dalle torture, si dimostrarono pronti a difendere se stessi e la Chiesa ribattendo con argomenti alle accuse assurde che furono loro mosse contro. Dissero che la Chiesa in Albania aveva sempre combattuto il giogo ottomano ed aveva difeso il popolo dai soprusi, che i primi libri stampati e le prime scuole erano opera della Chiesa cattolica, che i più illustri uomini del Risorgimento albanese erano usciti dalle scuole tenute dalla Chiesa cattolica.
    Alla fine del processo tre degli imputati eccellenti: il mons. Frano Gjini, delegato apostolico in Albania, il padre Mati Prennushi provinciale dei Frati minori e il mons. Nikollë Deda furono condannati a morte, mentre gli altri con pene che variavano dai 3 ai 15 anni furono messi in prigione. Soltanto un prete molto anziano e malato fu rilasciato con la condizionale, ma morì poco tempo dopo a causa delle vessazioni subite.
    Secondo i verbali redatti dall’ufficiale, al quale il tribunale militare aveva assegnato all’esecuzione della condanna a morte, eseguita l’8 marzo 1948 alle ore 5 del mattino, le ultime parole dei condannati furono:
    - Mons. Frano Gjini: «Viva Cristo Re, la religione cattolica e i cattolici nel mondo. Viva il Papa. Il mio sangue e il mio corpo rimarrano qui, ma il mio spirito e il mio cuore sono dal Papa. Viva l’Albania».
    - Padre Mati Prennushi ofm: «Sono innocente, muoi compiendo il mio dovere. Viva Cristo Re. Viva il Papa. Vivano i cattolici. Viva l’Albania. Perdono per il processo e perdono coloro che spareranno sui nostri corpi senza colpa».
    - Mons. Nikollë Deda: «Viva l’Albania, vengo ucciso a causa della mia missione. Viva Cristo Re. Viva il popolo albanese».
    Il francescano Zef Pllumi, oggi unico superstite di quel terribile processo che intese paralizzare la vita sociale dei cattolici albanesi, mentre legge le carte del suo processo, ottenute da poco dall’Archivio dello Stato, mi descrive le torture che si usavano allora.
    “Tra le torture più comuni erano le percosse con calci, pugni, verghe di metallo, scariche elettrica nelle orecchie e negli organi genitali, il lasciare sospeso il prigioniero per le braccia ad un albero, fino allo svenimento, oppure chiuderlo per settimane rannicchiato in un piccolo armadio, mettere le uova bollenti sotto le ascelle, strappare le unghie con le pinze, si arrivava anche ad inscenare una finta fucilazione portando il prigioniero fuori città vicino ad una buca già aperta, le manette strettissime erano una tortura comune. Molto dipendeva anche dalla fantasia sadica dei torturatori, i quali potevano riempirti la bocca di sale, oppure lasciavano il malcapitato d’inverno tutta la notte immerso in acqua gelida, non permettevano di andare al bagno. Invece per indurre i più irriducibili a firmare testimonianze e verbali falsi tentavano di violentare la moglie o la figlia del prigioniero in sua presenza. Un mio confratello - continua il padre Zef – è stato legato per alcuni giorni con il corpo di una persona morta e nessuno lo slegava, finché non giunse l’ordine dall’alto.
    Delle volte mettevano la persona sospettata di aver agito contro il regime in un sacco con dei gatti e poi battevano il sacco finché i gatti non facevano a pezzi le carni del prigioniero. Questa tortura fu sperimentata anche sul corpo di una probanda di soli 21 anni, Maria Tuci, la quale aveva resistito per mesi nelle celle della polizia segreta a Scutari. In seguito alle ferite provocate dai gatti e agli altri stenti la giovane spirò poco dopo. Ma poteva andare anche peggio, come avvenne con i due sacerdoti don Alessandro Sirdani e don Pietro Çuni, i quali furono gettati vivi in una fossa biologica”.
    Alla domanda se ha incontrato dopo la caduta del comunismo i suoi aguzzini, padre Zef risponde: “Si, anzi, uno di loro venne alcuni anni fa alla mia canonica a Tirana. Era molto malato e aveva bisogno di denaro per andare in Grecia per curarsi. Mi voleva lasciare il suo libretto di pensione in cambio di soldi. Gli diedi quel che chiedeva, ovviamente senza accettare il suo libretto. Si mise a piangere come un bambino dicendomi che era stato molto crudele con me e poi se ne andò via”.
    Dopo la condanna del 1948 il francescano Zef Pllumi dovette trascorrere decine di anni nelle varie prigioni comuniste, lavorando alla bonifica delle paludi, all’estrazione nelle miniere del rame, alla costruzione di fabbriche e di stabilimenti industriali. Nel frattempo morirono quasi tutti i suoi confratelli e anche buona parte dei suoi cari. Nel 1967, quando il regime di Hoxha, sulla scia della Rivoluzione culturale cinese abolirà tutte le manifestazioni di culto, proclamando l’Albania primo Stato ateo del mondo, il padre Zef, che era stato rilasciato dalla prigione da qualche anno, ritornerà di nuovo fino alla caduta del comunismo.
    Il fatto che il clero albanese non aveva accettato in nessun modo di creare una Chiesa nazionale divisa da Roma, come chiedeva il Bureau politico di Tirana, aveva inasprito in quegli anni l’atteggiamento dei comunisti e la loro lotta contro la religione.
    In quegli anni per portare un prete in prigione e molto spesso anche davanti al plotone d’esecuzione bastava amministrare il battesimo oppure la cresima, era sufficiente accompagnare un corteo funebre al cimitero oppure benedire una casa. Si arrivò a processare un prete come sabotatore dell’economia socialista, poiché aveva invitato i fedeli a recarsi in chiesa la Domenica delle Palme con ramoschelli di alloro, pianta medicinale di grande importanza per lo Stato albanese «circondato dappertutto da nemici».
    Dal 1944 fino al 1990 – scrive Pjetër Pepa, studioso del genocidio perpetrato contro la Chiesa cattolica - i tribunali militari e civili albanesi hanno distribuito complessivamente ai membri della Chiesa cattolica 881 anni di prigione. Soltanto i 31 sacerdoti fucilati avevano fatto prima dell’esecuzione 250 mesi di interrogatorio. Ecco alla fine i risultati della lotte di classe: 8 sacerdoti morti sotto le torture, 4 uccisi senza processo, 3 morti in casa dopo essere stati prima torturati, 20 morti nei campi di concetramento, 38 morti dopo essere stati rilasciati dalla prigione. Al termine di quegli anni di terrore, dei sacerdoti e religiosi cattolici ne erano sopravvissuti soltanto 28, buona parte rilasciati dalle prigioni nel 1989. Se pensiamo che nel 1942 in Albania i cattolici erano soltanto una minoranza di 10% su una popolazione di 1.112.757 mila abitanti, allora si comprendono meglio le dimensioni del genocidio comunista.
    La Chiesa albanese oggi è festante perché molti dei suoi figli morti a causa della fede cattolica sono sulla strada di essere riconosciuti dalla Chiesa universale come membri della grande famiglia dei santi.

    * Osservatore Romano * (2 Aprile 2005)

  6. #16
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    Grazie del lavoro che fai mettendoci in grado di conoscere questi luminosi testimoni della fede. Ora come ora il mondo ha bisogno di questi esempi perchè le coscienze non si addormentino. Che questi nostri fratelli, maggiori, per la grandezza della loro fede, ci siano accanto e ci aiutino nella sequela di Dio, e preghino per noi davanti al trono del Padre, dove sicuramente sono, avendo lavato le vesti nel sangue dell'Agnello. Grazie

  7. #17
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    Il sangue dei Martiri è il seme dei Cristiani.

  8. #18
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    Il card. Sodano: "Emerga la storia dei martiri durante il comunismo in Europa dell'Est"

    “La storia è maestra di vita. È quindi giusto contribuire a far conoscere alle nuove generazioni una pagina dolorosa nella vita dei popoli dell’Europa Orientale, privati dalla loro libertà religiosa e condannati a vivere oltre una cortina che impediva loro ogni contatto con gli altri fratelli del mondo intero”. Con queste parole il card. Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio, ha plaudito l’iniziativa promossa questa mattina a Roma dall’Ambasciata della Repubblica di Bulgaria presso la Santa Sede e dall’Ordine di Malta di organizzare un convegno sul tema “La Chiesa nell’Europa dell’Est durante il comunismo: tra i martiri e la resistenza silenziosa”. Storici, giornalisti e sacerdoti - riferisce l'agenzia Sir - si sono confrontati sulla lettura di una delle pagine più buie della storia recente della Chiesa in Europa: quella del periodo comunista, del tentativo da parte della politica ateista degli stati comunisti di controllare la Chiesa ortodossa, di infiltrare agenti tra le file del clero, di laicizzare le festività cristiane, di imporre riti civili sostituendoli ai sacramenti cristiani. Una pagina oscura attraversata però anche dalla eroica esperienza della resistenza silenziosa della Chiesa ortodossa bulgara e cattolica i cui protagonisti furono appunto il popolo cristiano rimasto “fedele a Dio” e divenuto oggi “una schiera di martiri”. A loro ha reso omaggio oggi il card. Sodano ricordando come, secondo alcuni studi, furono 40 milioni le vittime di Stalin: “Fra di loro v’erano certamente anche molti perseguitati a causa della loro fede al riguardo dell’Urss”. Nel suo intervento, il cardinale decano ha ricordato l’apporto dato da Giovanni Paolo II “alla libertà dei popoli europei”. “Molti fattori certamente hanno contribuito al traguardo storico del crollo del Muro di Berlino come la maturazione delle coscienze nei cittadini dell’est Europeo, la diffusione dei mezzi di comunicazione sociale, il processo unificante della Comunità europea e non da ultimo la insostenibilità dei sistemi sociali dell’Est che impoverivano quelle popolazioni“. Ma - ha aggiunto Sodano - “determinante fu anche l’opera del grande Pontefice Giovanni Paolo II come riconobbe l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbaciov”. Da qui l’augurio del cardinale perché “emerga la storia di quei martiri che non sono solo sacerdoti o monaci ma un popolo cristiano che ha sofferto e si continui ad approfondire tale pagine della storia recente, senza timore di dire la verità perché la verità non offende”. (R.P.)


    fonte: Radio Vaticana
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    Cambogia, i trentacinque martiri di Pol Pot

    Grazie all'impulso di papa Francesco, la Chiesa locale apre la fase diocesana del processo di beatificazione. Storie di preti, laici, donne, catechisti uccisi o lasciati morire di fame e di stenti dall'epurazione dei khmer rossi

    Era il 17 aprile 1975 quando i khmer rossi di Pol Pot entrarono a Phnom Penh, avviando uno dei regimi totalitari più violenti della storia dell'umanità, che annientò due milioni di persone e, nel cieco furore ideologico, travolse ogni istituzione sociale, culturale e religiosa. Quarant'anni dopo, la Chiesa cattolica cambogiana riconosce e celebra i suoi martiri, avviando la fase diocesana del processo di beatificazione per 35 tra vescovi, preti, laici, donne e catechisti. Anche grazie all'impulso decisivo di Papa Francesco.

    Quella cambogiana (30mila anime in tutto, su 15 milioni di abitanti) è una Chiesa ancora giovane, in quanto non ha ancora diocesi istituite ma un vicariato apostolico a Phnom Penh e due prefetture apostoliche, quelle di Battambang e di Kompong-Cham.

    La comunità cattolica negli anni bui del regime non subì una «persecuzione mirata» ma condivise la sorte di tutto il popolo cambogiano. Circa 2 milioni di persone vennero uccise o morirono nei campi di prigionia. Tra il 1975 e il 1979, la repressione di Pol Pot – ricordano gli storici – colpì tutto ciò che minacciava la costituzione di una «nuova Cambogia», che doveva basarsi su una società agraria, autosufficiente e priva di influenze straniere. Migliaia di persone furono deportate in fattorie comuni, mentre scuole, ospedali, banche sparirono. Abolita ogni forma di religiosità e di cultura, furono giustiziati i militari del precedente regime, i funzionari statali, gli intellettuali e i liberi professionisti, i bonzi e i cristiani, indigeni o stranieri.

    Alcuni di loro, pur potendo espatriare, scelsero volontariamente di restare, come il missionario francese Pierre Rapin, che nel 1972 decise di non lasciare il Paese e poco dopo venne ucciso. Stessa sorte per il vescovo cambogiano Joseph Chhmar Salas, capofila del gruppo dei martiri a cui è intitolata la causa.

    Nel 1975 Salas era in Francia per studi e fu richiamato dall’allora vescovo di Phnom Penh, il francese Yves Ramousse, perchè rientrasse in patria. Dato l'imminente ingresso dei khmer rossi a Phnom Penh, infatti, si temeva l'espulsione immediata degli stranieri e diventava necessario ordinare un vescovo cambogiano, per non lasciare la Chiesa senza pastori. Salas tornò e fu ordinato vescovo in fretta e furia, tre giorni prima che le milizie di Pol Pot prendessero la capitale.

    La sua fine era segnata: deportato insieme a pochi cristiani e familiari, fu privato di tutto e lasciato morire di stenti in un pagoda dove celebrò le sue ultime messe in segreto. Per miracolo, la croce pettorale del vescovo Salas, conservata dalla madre in un pollaio, è stata poi riconsegnata nel 2001 al vescovo Emile Detombes e poi passata al suo successore, Olivier Schmitthaeusler che tutt’oggi la indossa.

    Proprio il vescovo Schmitthaeusler, della congregazione delle Missioni estere di Parigi (Mep), che annovera diversi suoi membri uccisi negli anni del regime, ha presieduto la celebrazione della memoria dei martiri, all'inizio di maggio a Tangkok. È un momento organizzato annualmente, quest'anno, però, accompagnato dalla solenne apertura del processo diocesano di beatificazione dei 35, morti tra il 1970 e il 1977, e nativi di Cambogia, Vietnam e Francia.

    Sono cristiani sui quali da tempo era stata avviata la raccolta di notizie e documentazione. Basti ricordare la preziosa opera «Cristo sul Mekong», del missionario francese Mep Francois Ponchaud, massimo esperto e testimone della storia cambogiana o il testo «Il Vangelo in risaia. Lettere dalla Cambogia», del missionario Pime Mario Ghezzi, attualmente pro-vicario a Phnom Penh.

    La spinta decisiva all'apertura della causa di beatificazione è giunta però solo l’estate scorsa, in occasione del viaggio di Papa Francesco in Corea. All'incontro con i giovani asiatici, un giovane cambogiano e poi lo stesso Vicario di Phnom Penh parlarono al Papa di questi martiri e Francesco ha preso a cuore la situazione, confermando il suo sostegno in una lettera al vescovo Schmitthaeusler.

    «L'apertura del processo ha soprattutto valore spirituale», ha ricordato all'agenzia vaticana Fides Gustavo Benitez, direttore nazionale delle Pontificie Opere missionarie in Cambogia e Laos. «La Chiesa in Cambogia, annullata negli uomini e nelle strutture, ha ripreso a vivere. Negli anni sotto Pol Pot, pochi cristiani coraggiosi hanno mantenuto accesa la luce della fede. La grazia di Dio ha agito anche durante quegli anni tragici. E sul sangue di questi martiri, oggi la Chiesa rinasce».

    Lo dimostra il fatto che, se prima del ’75 i cristiani in Cambogia erano prevalentemente vietnamiti o cambogiani di discendenza portoghese, oggi si contano oltre 200 battesimi di adulti l’anno.

    fonte

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